Lecco, 31 marzo 2013 - Invisibili, perché si preferisce ignorarli. Oppure clochard, alla francesce, con l’illusione di utilizzare un termine «politically correct» che in realtà oltralpe assume un significato profondamente dispregiativo. Più semplicemente senzatetto, homeless, barboni. A Lecco in 27 per cinque mesi hanno trovato riparo nel rifugio gestito dai volontari della Caritas in via San Nicolò, all’ombra del campanile della basilica. La maggior parte sono italiani: disoccupati, padri e madri di famiglia separati, chi ha pagato a un prezzo troppo alto i propri errori, sfortunati in balìa degli eventi. Gli altri sono stranieri, scappati chissà da dove e chissà perché.

Quella appena trascorsa è stata l’ultima notte, da oggi sono di nuovo sui marciapiedi, il centro di accoglienza chiude i battenti, sino al prossimo inverno. Ieri sera, domenica, gli ospiti sono arrivati come sempre alla spicciolata, subito dopo le 20. Strette di mano, qualche abbraccio, un paio di battute su come abbiano trascorso la giornata, poi una doccia e subito a dormire, il giorno seguente occorre sgomberare presto. Si conoscono per nome, ma la loro storia la custodiscono gelosamente. Chiedono di non essere dimenticati, di non tornare nell’oblio. Avevano organizzato una protesta e concordato di accamparsi fuori dal municipio, come preannunciato in un documento diffuso nei giorni scorsi e approdato anche nelle aule di Palazzo Bovara. Ma all’ultimo momento hanno preferito comportarsi come hanno imparato per strada: scomparire, non sollevare troppo clamore, mantenere un basso profilo.

«Non vogliamo mancare di rispetto agli operatori che ci hanno aiutato — spiega il portavoce del gruppo —. E non vogliamo essere strumentalizzati». Confermano solo la cena promossa per l’11 aprile: «Vi invitiamo come nostri ospiti, anche se paganti, per raccogliere fondi che ci permettano di uscire dall’assistenzialismo e provare a recuperare un poco di dignità». Intanto si arrangeranno, lo sperano. Nella hall di ingresso dell’ospedale non sono più tollerati, nemmeno in stazione, nelle case sfitte occupate abusivamente neppure. In parecchi torneranno dai paesi del circondario da dove sono arrivati.

«Pochi risiedono a Lecco — spiega l’assessore ai Servizi sociali Ivano Donato —. Non è per scaricarli, altrimenti nel 2010 non avremmo promosso l’iniziativa. Abbiamo informato i responsabili delle diverse amministrazioni comunali e chi ha avviato un percorso di sostegno lo proseguirà». Una domanda però l’assessore se la pone: «Perché ci si accorge del problema solo adesso?». Ora almeno non sono più invisibili, semmai invivibili, come le loro esistenze, se per caso o per scelta non importa.

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