Non si ferma l'escalation di violenza tra Israele e Hamas, la peggiore fiammata dalla guerra del 2014. E dopo gli scontri fra arabi ed ebrei nelle città israeliane, si infiamma anche la Cisgiordania. Scontri si sono verificati a Gerusalemme Est, dove la polizia è intervenuta in varie zone, tra cui il quartiere di Sheikh Jarrah, per sedare i tumulti. Il patriarca Patriarca Latino di Gerusalemme, monsignor Pierbattista Pizzaballa, ha dichiarato di temere seriamente lo scoppio di una guerra civile. 

Lo Shin Bet ha riferito dell'arresto di sei persone, accusate di aver aggredito ebrei a Gerusalemme e di aver postato i video sui social; due ventenni sono stati arrestati ad Haifa e un'altra persona è stata fermata a Baqa al Gharbiya. Scene di violenza si sono registrate anche a Kafr Kanna, in Galilea, dove quattro persone sono rimaste ferite gravemente durante gli scontri scoppiati dopo l'arresto di un leader islamico locale per la sua partecipazione ieri alle violenze.

Tre razzi sono stati lanciati stasera dal territorio siriano verso le alture del Golan. Uno, difettoso, è caduto in territorio siriano, e gli altri due nel sud del Golan, nelle vicinanze del villaggio agricolo israeliano di Ramat Magshimim. Sono esplosi in zone aperte e non hanno provocato danni. Lo ha riferito la televisione pubblica israeliana Kan. Tensioni si sono registrate anche al confine con il Libano, dove manifestanti pro-palestinesi sono stati colpiti da fuoco israeliano e uno di loro è morto. Non è immune neanche la Giordania: migliaia di cittadini del Regno hashemita hanno protestato ad Amman mentre a centinaia si sono affollati alla frontiera con Israele, sfondando i cordoni di sicurezza e inneggiando alla moschea di al-Aqsa, dove la settimana scorsa sono avvenuti i violenti scontri tra palestinesi e polizia israeliana, dai quali è scaturita l'escalation tra Hamas e lo Stato ebraico.

L'inviato del presidente Usa John Biden Hady Amr, vice sottosegretario di Stato per le questioni che riguardano Israele e palestinesi, è arrivato a Tel Aviv. 

Attacco ai tunnel di Hamas

Sono oltre duemila i razzi sparati dall'enclave palestinese da lunedì pomeriggio, ai quali lo Stato ebraico ha risposto con centinaia di raid, prendendo di mira le infrastrutture militari del Movimento islamico ma anche la sua dirigenza. In particolare ha puntato alla rete sotterranea dei miliziani costruita dopo lo scontro del 2014. Contro i tunnel di Gaza - luogo privilegiato dei comandi e delle trasmissioni di Hamas - si sono mosse l'aviazione (oltre 160 caccia), i tank e le forze di terra schierate lungo il confine. Insieme, in 40 minuti, con circa 450 colpi hanno centrato oltre 150 "obiettivi sotterranei" nel nord della Striscia, in particolare a Beit Lahiya. Non si sa al momento quanti miliziani siano rimasti uccisi nell'attacco, che in un primo momento era stato annunciato dall'esercito ai media stranieri come l'ingresso delle truppe via terra a Gaza. Una trappola: "Hamas pensa di potersi nascondere lì ma non puo'", ha commentato il capo del governo israeliano, Netanyahu riferendosi al "trucco" ideata dagli strateghi israeliani che ieri notte hanno fatto credere di aver lanciato l'offensiva di terra, per spingere i dirigenti del Movimento islamico a nascondersi nei tunnel. 

Il bilancio provvisorio

Il bilancio è pesante: salgono a 126 i palestinesi uccisi, dall'inizio delle recenti ostilità tra Israele e il movimento islamista. Trentuno di loro sono bambini. A questi si agghiungo altri 950 sono rimasti feriti. Lo riferisce il ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas.  Israele continua ad affermare, da parte sua, che la maggior parte dei morti sono membri di gruppi terroristici o, in alcuni casi, sono palestinesi rimasti vittime di razzi lanciati da Hamas e caduti erroneamente nel territorio della Striscia. Più di 200.000 persone nella Striscia di Gaza sono rimaste senza elettricità a causa dei razzi che sono stati lanciati dai militanti di Hamas contro Israele ma che non sono riusciti a raggiungere lo stato ebraico, precipitando all'interno della Striscia di Gaza: lo hanno reso noto oggi le forze di difesa israeliane.  "Non tutti i razzi che Hamas lancia contro Israele raggiungono il loro obiettivo. Centinaia di razzi di Hamas sono caduti nella Striscia di Gaza, alcuni si sono schiantati contro le linee elettriche. Più di 200.000 persone a Gaza sono senza elettricità a causa del lancio di razzi di Hamas", hanno spiegato le Forze di Difesa israeliane, citate dal Times of Israel.

In Israele si contano 8 vittime, compresa una 50enne che era rimasta ferita martedì mentre correva al rifugio.

Le colpe dell'occidente

Il trattatto Sykes-Picot 

Quasi 105 anni fa, il 16 maggio 1916, Francia e Regno Unito firmarono un accordo segreto che venne alla luce grazie a Lenin che ne fece pubblicare la copia conservata negli archivi dello zar dopo la Rivoluzione di Ottobre. Il trattato definiva di fatto le rispettive sfere di influenza nel Medio Oriente in seguito alla sconfitta dell'impero ottomano nella prima guerra mondiale. Il trattato, che prende il nome del diplomatico francese Francois Georges-Picot e Mark Sykes, non venne approvato dai Parlamenti dei due paesi né tantomeno discusso in una conferenza internazionale. Di fatto le due grandi potenze coloniali dell'epoca, con il beneplacito della Russia, si spartirono la regione in rispettive zone di influenza in modo del tutto arbitrario senza considerare le complicate divisioni religiose e le reti di fedeltà tribale che si sovrappongono nella regione. Una logica di pura spartizione come peraltro era avvenuto in Africa dove Francia e Regno Unito, nella loro spasmodica corsa ad accaparrarsi territori, arrivarono a un passo dal conflitto nello scontro di Fascioda (1898).

La promessa tradita

Nel clima di incertezza di quei mesi, l’accordo Sykes-Picot era soltanto una generica dichiarazione di intenti tra Francia e Regno Unito e conteneva un’altrettanto generica promessa di indipendenza ad alcuni leader tribali arabi in cambio di una ribellione armata contro l’Impero Ottomano, che all’epoca controllava l’odierno Medio Oriente. Nel testo degli accordi non c’erano mappe di stati con i rispettivi confini, ma soltanto “aree di influenza” che sarebbero dovute spettare a un paese piuttosto che ad un altro. Agli arabi sarebbe dovuta andare un’area indipendente che comprendeva gran parte delle odierne Siria, Giordania e Arabia Saudita, oltre a una piccola fetta di Iraq. Negli stessi mesi in cui l’accordo veniva sottoscritto, altri diplomatici in altri uffici stavano già lavorando ad altri accordi completamente diversi da quello sottoscritto da Sykes-Picot.

La divisione

Al Regno Unito fu assegnato il controllo delle zone comprendenti grosso modo l'attuale Giordania, l'Iraq ed una piccola area intorno ad Haifa. Alla Francia fu assegnato il controllo della zona sud-est della Turchia, la parte settentrionale dell'Iraq, la Siria ed il Libano.E non è un caso se ad esempio se a Beirut ancora oggi il francese sia la seconda lingua dopo l'arabo. La zona che successivamente venne riconosciuta come Palestina doveva essere destinata invece ad un'amministrazione internazionale, una sorta di protettorato sotto l'egida della Società delle Nazioni (l'antesignana dell'Onu),  l'Impero russo e altre potenze.I confini come li conosciamo oggi furono disegnati molti anni dopo, in una serie di conferenze dopo la fine della guerra. La grande rivolta annunciata dagli arabi in cambio dell’indipendenza non si era materializzata e per Francia e Regno Unito fu facile rimangiarsi la loro promessa di indipendenza. Cosa che non mancò di suscitare l'amarezza del tenente colonnello inglese Thomas Edward Lawrence, Lawrence d'Arabia  che aveva sostenuto la causa araba come agente segreto infiltrato.

La maledizione dell'Isis 

In molti considerano l’accordo una delle cause principali dei problemi del Medio Oriente contemporaneo.Tra questi anche Abu Bakr al Baghdadi, capo dell'Isis che nel luglio del 2014  pronunciò un discorso nella moschea di Mosul, la sua prima ed unica apparizione in pubblico fino ad oggi. Baghdadi citò anche la cancellazione della frontiera e disse che l’ISIS non si sarebbero fermato "fino a che non avremo piantato l’ultimo chiodo nella bara della cospirazione Sykes-Picot".

La dichiarazione Balfour 

La dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 è un altro capitolo da tenere in considerazione. Si tratta di documento ufficiale della politica del governo britannico in merito alla spartizione dell'Impero Ottomano all'indomani della prima guerra mondiale.[1] Si tratta di una lettera, scritta dall'allora ministro degli esteri inglese Arthur Balfour a Lord Rothschild, inteso come principale rappresentante della comunità ebraica inglese, e referente del movimento sionista, con la quale il governo britannico affermava di guardare con favore alla creazione di una "dimora nazionale per il popolo ebraico" (la National Home nel testo inglese) in Palestina, nel rispetto dei diritti civili e religiosi delle altre minoranze religiose residenti. La dichiarazione Balfour è da considerarsi il primo passo verso la costituzione dello Stato di Israele, che non a caso portò ulteriore destabilizzazione in un territorio dagli equilibri precari.