Milano, 18 agosto 2019 - In questo agosto atipico, per la prima volta contrassegnato dall’incombenza di un voto anticipato in autunno, salgono agli onori della cronaca più i tatticismi e le convenienze dei singoli partiti che non le priorità del Paese. Di economia si parla molto poco, se non per rimarcare il pericolo dell’aumento dell’Iva al 25 per cento da gennaio e per evidenziare il fallimento del reddito di cittadinanza, sul quale Matteo Salvini ha già promesso verifiche e controlli ulteriori. L’attenzione degli osservatori politici è tutta rivolta alle possibili vie d’uscita dalla crisi, visto che c’è uno schieramento favorevole al voto anticipato (Lega, Fratelli d’Italia, quasi tutta Forza Italia e il Pd di Nicola Zingaretti senza quello di Matteo Renzi) ma anche un trasversale e ben ramificato partito del non voto, proteso a rimandare il più possibile l’appuntamento con le urne, anche a costo di scongelare l’ipotesi di un esecutivo Pd-Movimento 5 Stelle. Nessuno però in questa fase si preoccupa di dire agli italiani dove intenda trovare le risorse per disinnescare l’aumento dell’Iva e per ridurre le tasse su imprese e lavoratori.

L’economia rimane sullo sfondo, mentre Confindustria e categorie produttive si dicono preoccupate dell’andazzo e temono un’ulteriore perdita di competitività del sistema Italia. Se si andasse al voto in autunno ci sarebbe ben poco tempo per discutere con pacatezza e serietà di manovra: perché i tempi dettati dagli obblighi imposti da Bruxelles mal si concilierebbero con quelli di una campagna elettorale prevedibilmente chiassosa e rissosa. In questo caso però ci sarebbe un’elevata probabilità di un successo limpido e netto di Lega e centrodestra che costringerebbe quelle forze politiche ad assumersi fino in fondo le proprie responsabilità anche in ambito economico senza cercare alibi. Se invece maturasse lo spazio per la formazione di un nuovo esecutivo, anche con una maggioranza diversa da quella gialloverde, ci sarebbe più tempo per discutere di come rilanciare l’economia e tagliare le tasse, a patto che i partiti di governo sappiano conciliare i rispettivi punti di vista. Se è vero che Lega e 5 Stelle avevano posizioni molto diverse fra di loro a proposito delle ricette in ambito economico, non meno ampie appaiono le distanze programmatiche fra Pd e grillini. Il che proietta forti dubbi sulla possibile tenuta di un esecutivo tra dem e pentastellati, soprattutto se pensato per durare fino al 2022, data fatidica della scadenza del settennato di Sergio Mattarella al Quirinale. La settimana che si apre domani, con la presentazione di Giuseppe Conte al Senato, chiarirà quale direzione potrà prendere la crisi di governo. sandro.neri@ilgiorno.net