Milano, 20 ottobre 2019 - Stavolta è il Fondo monetario internazionale a suonare il campanello d’allarme all’Italia. Senza una manovra economica incisiva, che inserisca novità rilevanti in materia di mercato del lavoro e ammodernamento della pubblica amministrazione, con abbattimento degli ostacoli burocratici, il Paese rischia di essere risucchiato dal suo gigantesco debito pubblico. Il Fondo monetario internazionale ha evidentemente una visione diversa da quella dell’Ue, che ha invece dato subito credito al Conte bis e guarda con disponibilità e apertura ai contenuti della legge di Bilancio che va prendendo forma.

Non ci sono ancora certezze sul piano fiscale e dell’introduzione di nuovi balzelli e ulteriori aliquote dell’Iva e dell’Irpef. Però si addensano all’orizzonte nubi minacciose che riguardano le crisi aziendali. E in particolare quelle delle aziende di Stato più rilevanti. In primis Alitalia. La telenovela della compagnia di bandiera sembra senza fine, visto che è appena stato rinnovato per la settima volta il prestito ponte. Altri 350 milioni pagati da tutti i cittadini come salvagente per scongiurare il rischio del fermo degli aerei e del fallimento aziendale. Ancora una volta, però, viene rimandata l’individuazione di una soluzione di mercato per rilanciare la compagnia di bandiera rendendola competitiva su scala internazionale. Non meno delicati i dossier Whirpool e Ilva, sempre più aggrovigliati e incanalati in un vicolo senza uscita.

Nonostante le rassicurazione del precedente esecutivo e di quello in carica non si intravvedono soluzioni vincenti per queste due realtà aziendali. La prima delle quali multinazionale, e quindi assoggettata a una governance straniera. Queste incertezze sul fronte imprenditoriale e occupazionale confermano che si naviga a vista e che la manovra economica in gestazione sta affrontando le contingenze senza varare riforme robuste per rilanciare la crescita. In particolare si nota una assenza di provvedimenti di riduzione della spesa pubblica. Sembra passato un secolo da quel 2012 in cui l’attuale senatore a vita Mario Monti fu chiamato a guidare il Paese nel segno della spending review. Oggi, nonostante i foschi segnali che arrivano, nessuno più si preoccupa di contenere le spese inutili. Forse perché prevale esclusivamente il tornaconto elettorale.

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