Milano, 17 novembre 2019 - È tradizione riconosciuta che da Milano partano sempre le maggiori innovazioni, poi sposate anche da altre realtà sul territorio nazionale. Nella politica di solito è stato così. Gli equilibri nazionali hanno avuto uno svolgimento a partire da intuizioni o esperimenti partoriti in terra lombarda. Nell’ambito industriale e produttivo la leadership meneghina è indiscussa, anche per quanto riguarda l’internazionalizzazione dei processi. Sul piano dell’organizzazione degli insegnamenti universitari si registrano rilevanti novità in alcuni atenei milanesi. L’ultima, proprio di questi giorni: il Consiglio di Stato ha dato via libera ai corsi di laurea magistrale e di dottorato di ricerca al Politecnico in gran parte in lingua inglese.

Gran parte dei corsi di laurea negli atenei milanesi ospitano insegnamenti svolti interamente in lingua inglese. Chiaro l’intento di queste iniziative formative, volte a preparare i laureati italiani a una collocazione professionale di dimensione internazionale. Ma anche ad attrarre studenti stranieri che arrivano a Milano e si integrano armoniosamente in un tessuto socioeconomico dinamico e inclusivo. Poi, secondo alcuni, non bisognerebbe esagerare con l’inglesizzazione dell’offerta formativa a tutela della lingua italiana e per evitare la creazione di altre barriere di selezione in aggiunta al numero chiuso, rispetto al quale le opinioni non sono così unanimi. D’altronde i dati sulle percentuali di assorbimento dei laureati nelle università milanesi sono assai elevati rispetto alla media nazionale. Particolare che testimonia lo stretto legame fra i programmi di studio degli atenei milanesi e le istanze del mondo produttivo.

È evidente che per ottimizzare queste eccellenze ormai riconosciute sul piano internazionale serviranno politiche lungimiranti sul piano nazionale in materia di istruzione e formazione universitaria. Premiare le energie migliori sia sul fronte del corpo docente sia su quello degli studenti più meritevoli rappresenta una delle frontiere imprescindibili per assicurare un futuro alle nuove generazioni e al sistema Paese. Non a caso in moltissimi settori produttivi si riscontrano carenze di figure tecniche che le università non riescono a sfornare. Per esempio nell’ambito degli ingegneri informatici o delle nuove figure legate alla robotica e all’intelligenza artificiale le aziende faticano a trovare profili adeguati per coprire il fabbisogno. Al contrario, in altri ambiti il problema sono le eccedenze e quindi l’incapacità di assorbire i laureati, garantendo loro un adeguato percorso professionale. Il governo in carica è così impegnato nella gestione di emergenze come l’ex Ilva e l’Alitalia da non riuscire a dedicare al sistema universitario e dell’istruzione le attenzioni che meriterebbe.©