Milano, 22 settembre 2019 - L’inedito asse asse Pd-Movimento 5 Stelle è atteso alla prova autunnale della manovra economica. Filtrano le prime indiscrezioni sugli interventi che il Conte bis vorrà inserire nella prossima legge di bilancio per rispettare i parametri europei e rilanciare la crescita. La prima emergenza sul tavolo riguarda il possibile aumento dell’Iva che scatterebbe automaticamente il primo gennaio se non venissero messe in campo le risorse necessarie per disinnescare le ben note clausole di salvaguardia. Nessuno dei protagonisti della nuova esperienza governativa ha fin qui dichiarato dove intenda recuperare quelle somme. Ma è lecito ipotizzare che qualche nuovo balzello verrà introdotto per scongiurare l’incremento dell’imposta sul valore aggiunto che è visto come fumo negli occhi da parte delle imprese. Il secondo nodo da sciogliere riguarda la riduzione del cuneo fiscale. Tutti dicono di volerla, ma anche questa ha un costo. E soprattutto può essere modulata in funzione più o meno favorevole ai lavoratori o alle imprese.

Il precedente esecutivo gialloverde aveva lasciato intendere che la riduzione del costo del lavoro avrebbe dato una boccata d’ossigeno al sistema imprenditoriale e avrebbe altresì incrementato il netto nella busta paga dei lavoratori. Entrambi questi obiettivi, però, appaiono difficili da raggiungere. Il governo Conte bis sarà quindi obbligato a fare delle scelte. Lo sbilanciamento a sinistra della linea politica sembrerebbe orientare le previsioni di manovra verso l’aumento del salario dei dipendenti senza particolari benefici per le casse delle aziende. Ma contro questa eventualità di certo gli industriali faranno sentire la loro voce. La scorsa settimana il presidente del Consiglio ha lanciato messaggi rassicuranti ai sindacati, che ora si aspettano interventi di rilancio dell’occupazione e di incrementi salariali. Chi invece teme una involuzione dell’economia sono i ceti produttivi - soprattutto del Nord - che non vedono in quest’esecutivo un alleato sulla strada del rilancio del sistema industriale.

Diciamo pure che le piccole e medie imprese delle regioni più sviluppate del Paese non si sono mai sentite così distanti da un governo in carica come sta succedendo ora. E questo per due ragioni. La prima, in parte già argomentata, è che gran parte dei ministri del governo in carica proviene da regioni del Sud ed è maggiormente focalizzata sulle aspettative degli elettori meridionali. La seconda è che i ceti produttivi e le categorie di professionisti che vivono in Lombardia, Veneto, Piemonte e in altre parti del settentrione fanno sempre più fatica a trovare un riferimento politico, considerata la forte caratterizzazione di sinistra di questo governo e le evidenti difficoltà del centrodestra di ricompattarsi e di offrire agli elettori una proposta politica alternativa a quella del Conte bis.