"NUCLEARE? NO GRAZIE", è la prima reazione dopo il disastro di Fukushima. Ma non tutti sono d’accordo. Le recenti dichiarazioni del ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani (nella foto sotto) hanno riacceso il dibattito su questa tecnologia, già bandita dagli italiani con due referendum e completamente smantellata dai tedeschi entro l’anno prossimo. "C’è un’opzione da sogno, ancora lontana, che è quella del nucleare a fusione, che mi auguro che un giorno possa diventare realtà. Ma c’è anche un’opzione ben più concreta, che riguarda l’utilizzo dei mini reattori nucleari a fissione, che vengono generalmente usati all’interno delle grandi navi. Ci sono Paesi che stanno investendo su questa tecnologia, che non è matura, ma è prossima a essere matura", ha sostenuto Cingolani. Vediamo di cosa sta parlando il ministro: si tratta di reattori di piccola taglia, chiamati Small Modular Reactors (nella foto in alto), sotto i 300 megawatt di potenza (una centrale nucleare tradizionale arriva a 1600 megawatt), che secondo l’Associazione Nucleare...

"NUCLEARE? NO GRAZIE", è la prima reazione dopo il disastro di Fukushima. Ma non tutti sono d’accordo. Le recenti dichiarazioni del ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani (nella foto sotto) hanno riacceso il dibattito su questa tecnologia, già bandita dagli italiani con due referendum e completamente smantellata dai tedeschi entro l’anno prossimo. "C’è un’opzione da sogno, ancora lontana, che è quella del nucleare a fusione, che mi auguro che un giorno possa diventare realtà. Ma c’è anche un’opzione ben più concreta, che riguarda l’utilizzo dei mini reattori nucleari a fissione, che vengono generalmente usati all’interno delle grandi navi. Ci sono Paesi che stanno investendo su questa tecnologia, che non è matura, ma è prossima a essere matura", ha sostenuto Cingolani.

Vediamo di cosa sta parlando il ministro: si tratta di reattori di piccola taglia, chiamati Small Modular Reactors (nella foto in alto), sotto i 300 megawatt di potenza (una centrale nucleare tradizionale arriva a 1600 megawatt), che secondo l’Associazione Nucleare Italiana possono essere impiegati per la produzione di calore, di elettricità o di entrambi. L’idea non è nuova, visto che i piccoli reattori venivano già impiegati nei sottomarini sovietici e sono ancora utilizzati nelle rompighiaccio russe nel Mar Glaciale Artico, ma l’idea è applicare questa tecnologia su scala industriale. Ne esistono di varie dimensioni e con varie tecnologie, ma il tratto comune è che sono piccoli e compatti: in pratica, dei cilindri di metallo che possono avere le dimensioni di un grande frigorifero fino a quelle di un container, che contengono il nocciolo con il combustibile. All’interno del tubo chiuso il calore del nocciolo trasforma l’acqua in vapore, che aziona una turbina esterna e un alternatore che produce energia. L’acqua, una volta raffreddata, rientra nel mini-reattore e ricomincia il ciclo.

I vantaggi rispetto alle centrali atomiche tradizionali sono diversi. Prima di tutto i cilindri possono essere assemblati in fabbrica e trasportati sul posto via Tir, anche in luoghi remoti, riducendo i costi. Per aumentarne la potenza, inoltre, si possono aggiugere altri moduli. Date le ridotte dimensioni dei cilindri, l’acqua e il vapore si muovono da soli col calore e non servono pompe, che possono guastarsi come a Fukushima. Una centrale a moduli occupa il 10% dello spazio di una centrale tradizionale, con costi e impatti ambientali inferiori. E soprattutto i mini-reattori modulari permettono di usare combustibili non convenzionali che durano di più e quindi riducono la produzione di scorie: il rifornimento va fatto ogni 3-7 anni, contro 1-2 per le centrali tradizionali. Gli impianti più piccoli sono addirittura in grado di lavorare per 30 anni senza essere riforniti.

Al momento ci sono una ventina di progetti di Smr in fase di realizzazione nel mondo, soprattutto in Cina, Russia, Argentina, Canada, Usa e Gran Bretagna. I primi dovrebbero entrare in funzione di qui a 5-6 anni, ma secondo i critici si tratta comunque di impianti troppo costosi per le compagnie energetiche private, che possono essere realizzati solo con fondi statali per tamponare le perdite. Alcuni prototipi sono già operativi: in Siberia, nella regione di Chukotka, ce n’è uno da 70 megawattora, che può operare per tre anni senza rifornimento di combustibile. Sistemi simili potrebbero avere un senso, pur lavorando in perdita, in regioni molto remote. Resta il dubbio, però, sulla possibilità di replicare questi modelli su larga scala. La dimensione ridotta costituisce un vantaggio anche dal punto di vista della sicurezza: circondati da uno spesso strato di cemento, i più piccoli di questi mini-reattori sono pensati per essere completamente interrati e quindi difficilmente danneggiabili. Un altro vantaggio, sul piano della sicurezza, è il sistema di raffreddamento: non è ad acqua ma a metallo fuso, una lega di piombo e bismuto, che fonde a 120° e non può bollire fino a 1670°. Come combustibile, i mini-reattori usano nitruri di uranio al posto degli ossidi di uranio generalmente utilizzati nel ‘yellowcake’ dei grandi reattori. Queste due caratteristiche, così come le alte temperature a cui operano, li avvicinano molto ai reattori di quarta generazione, a cui l’industria nucleare sta lavorando. Il che non basta, naturalmente, a tranquillizzare gli ambientalisti, che anzi si oppongono alla loro omologazione proprio per il timore di una proliferazione incontrollata di queste piccole macchine.

Il ministro Cingolani, infatti, nel suo discorso se l’è presa con gli ambientalisti (definiti "radical chic peggio della catastrofe climatica"), che continuano a opporsi alla tecnologia nucleare, tralasciando il particolare che grazie a loro si sono sviluppate le fonti rinnovabili, attuali protagoniste della transizione energetica. In base ai piani del governo, le rinnovabili dovrebbero arrivare a produrre il 72% dell’elettricità nel 2030, obiettivo irraggiungibile agli attuali ritmi di crescita. Nel frattempo la Germania chiude l’ultimo reattore e continua la corsa delle rinnovabili, che nel 2020 hanno già soddisfatto la metà dei consumi elettrici tedeschi (in Italia siamo al 43%). Raggiungere il 100% di energia verde entro il 2050 non sarà semplice, ma il crollo del prezzo del solare e dell’eolico rende praticabile questo percorso.