Pinot Grigio Santa Margherita. Nel riquadro, Beniamino Garofalo
Pinot Grigio Santa Margherita. Nel riquadro, Beniamino Garofalo

Un 2020 da 172 milioni di euro di ricavi e un Ebitda cresciuto a 58 milioni, il massimo storico raggiunto nell'anno della pandemia, grazie soprattutto al +32% fatto registrare dal Pinot Grigio negli Usa, il mercato principale. Numeri solidi che confermano il Gruppo Santa Margherita, che nel 2021 festeggia i 60 anni del suo vitigno simbolo, come uno dei principali player vinicoli italiani e internazionali. Un gigante dai piedi tutt'altro che d'argilla, quello fondato nel 1935 dalla famiglia Marzotto. “E' una stupenda storia italiana fatta di passione, lavoro, valori e tradizione - sottolinea l'ad Beniamino Garofalo – negli anni Sessanta le intuizioni del conte Gaetano Marzotto hanno contribuito in maniera determinante allo sviluppo dell'enologia italiana e al suo sdoganamento all'estero, avvicinando a questo mondo nuovi consumatori come le donne e i giovani, rendendo insomma il vino un prodotto più sexy, non più visto solo come alimento da tavola ma anche come bevanda di piacere”.

Dal 1961 al 2021 il mondo del vino è profondamente cambiato: cosa è ancora attuale della lunga storia del Pinot Grigio Santa Margherita?
“Arriva in 90 Paesi e ancora oggi è il vino bianco italiano più venduto negli Stati Uniti, dove è un vino-icona che ha attraversato le generazioni, diventando anche un fenomeno virale grazie alle star. Il nostro vino, infatti, è molto apprezzato dalle celebrities: il rapper Drake gli ha addirittura dedicato alcuni versi nelle sue canzoni”.

Rovescio della medaglia: il Pinot Grigio non è certo la miglior espressione della viticoltura italiana, questo vostro successo non rischia di dare una visione sbagliata del potenziale enologico nostrano?
“Gli unici due vini italiani che hanno avuto un vero successo planetario sono il Pinot Grigio e il Prosecco, forse bisogna uscire da una certa autoreferenzialità e capire che il giudice ultimo è il consumatore. Il vino buono non è solo quello di struttura: un vino con maggiore leggerezza e bevibilità è più trasversale, permette di raggiungere target diversi. Bisogna definire gli asset di mercato, infatti come Gruppo abbiamo diversi brand che valorizzano il grande patrimonio vitivinicolo italiano, andando oltre il Santa Margherita e il Triveneto”.

Avete in programma altre acquisizioni?
“Al momento in Italia no, anche se ovviamente stiamo alla finestra qualora dovessero esserci occasioni: guardiamo sempre con interesse a cantine di regioni dove non siamo presenti, purché abbiano un profilo internazionale da valorizzare. Stiamo invece trattando alcune cantine negli Stati Uniti, il nostro mercato principale, dove nel 2016 abbiamo aperto una filiale a Miami per gestire meglio l'export e dove a maggio lanceremo il nostro nuovo prodotto: il Santa Margherita Rosé fermo, da uve Pinot Nero, Chardonnay e Sauvignon”.

Sarà commercializzato solo negli Stati Uniti o anche in Europa?
“Per ora solo negli Usa, anche perché abbiamo fatto un'anteprima in 7 dei principali Stati e abbiamo avuto una richiesta di cinque volte superiore al budget previsto. In futuro, pensiamo di portarlo anche in altri Paesi”.

Sotto l'aspetto economico-finaziario, invece, quali mosse avete in mente? La quotazione in Borsa è nel vostro orizzonte?
“Analizzeremo i trend di consumo, perché la pandemia ha portato profonde modifiche al mercato che si faranno ancora sentire. Ne Paesi anglosassoni l'85% del vino si vende nella grande distribuzione, dove siamo presenti sia con il Pinot Grigio (23 dollari la bottiglia) sia con il Prosecco (21 dollari), e questo sicuramente ci ha aiutati, ma allo stesso non abbandoneremo il settore Horeca che è la nostra grande voce sul mercato. Per quanto riguarda la Borsa, al momento non è un obiettivo dato che siamo un'azienda solida che si autofinanzia e si autoalimenta. La storia di Santa Margherita viene da lontano ma solo dal 2002 ad oggi la famiglia Marzotto ha investito 300 milioni di euro nelle sue cantine, 29 milioni dei quali lo scorso anno”.