Milano - Addio a Quota 100. Nella bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) il governo ha deciso di non prorogare la forma di pensionamento anticipato introdotto nel 2019 sperimentalmente per tre anni, che consente l'uscita anticipata dal mondo del lavoro per chi vanta almeno 38 anni di contributi con un'età anagrafica minima di 62 anni. 

Molti aspetti sono ancora da definire ma il governo è intenzionato a interventi leggeri per correggere lo scalone che si aprirà il 1° gennaio 2022. Una cosa è certa: verrà ripristinata la legge Fornero che prevede l'uscita a 67 anni, legge che il partito di Matteo Salvini aveva contribuito a smantellare proprio con Quota 100, un vero totem come il reddito di cittadinanza lo è stato per i Cinque Stelle. Ma in un Paese alle prese con un debito pubblico al 160% del Pil, una pletora di baby pensionati e una crescita tra le più basse d'Europa non può sostenere a lungo Quota 100 ma anche delle pensioni di anzianità a 42 anni e 10 mesi (41 anni e 10 mesi per le donne) del requisito di pensionamento con la sola anzianità contributiva. Come peraltro aveva già messo nero su bianco la Corte dei Conti nel settembre scorso.     

 

Inps "in rosso"

Inps

L'Inps ha chiuso il 2020 con un decifit di 6 miliardi in più rispetto al 2019, migliore di quanto previsto ad ottobre quando l'istituo di previdenza nazionale stimava un "rosso" di quasi 10 miliardi (-15,7 miliardi). A causa anche del Covid però  le prestazioni sono aumentate di 30 miliardi circa rispetto al 2019. Il 2020 ha registrato un boom delle prestazioni, aumentate complessivamente dai 331 miliardi del 2019 ai 360 miliardi del 2020. Questo ha portato la spesa complessiva delle pensione a incidere sul 17% del Pil nazionale. Ma il peggio deve ancora venire perché nel prossimo decennio lo scostamento, dovuto agli effetti della crisi per la pandemia ma anche della sperimentazione triennale di Quota 100, è in rialzo dello 0,8%. La spesa correrà sopra il 16% fino alla vigilia del 2050 per poi attestarsi attorno al 13% al termine del periodo di previsione (2070).  

Fuggi fuggi 

Il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, ha confermato che "l’adesione a Quota 100 si è confermata fino a oggi, al 50% delle stime, su circa 250-300 mila persone. Quota 100 ha spinto molti verso la pensione, soprattutto tra i dipendenti pubblici. Nella sola città metropolitana di Milano 2150 persone nel mondo della scuola, fra insegnanti e amministrativi, quest’anno lasceranno il mondo del lavoro. E, secondo gli ultimi dati sul tavolo dell’Inps di Milano, fra il 2020 e il 2021 si registra una crescita del 29% dei pensionamenti quota 100 nelle scuole. Non solo. Nei tribunali lombardi la situazione è anche peggiore. Già nel 2019, secondo le stime del ministero della Giustizia, nel distretto che comprende gli uffici giudiziari di Milano, Varese, Busto Arsizio, Monza, Como, Lecco, Lodi, Pavia e Sondrio, nel triennio si ipotizzavano 624 pensionamenti, su un organico di 3.359 persone tra magistrati e amministrativi che proprio quest'anno 2021 si potrebbe portare il tasso di scopertura attuale del 25,65% al 44,22%.  

Torna la Fornero

La vacatio della pensione anticipata verrà gestita dal governo con due sistemi già esistenti da anni: l'ape sociale e l'ennesima proroga di Opzione Donna. Questo potrebbe non bastare per coprire l'eventuale "grande finestra" che si aprirebbe per tutti coloro che non potranno più utilizzare Quota 100. Questo significa che tutti i lavoratori e le lavoratrici in procinto di accedere alla pensione dovranno ripiegare sul sistema Fornero che prevede l'uscita a 67 anni. Escluse ovviamente le categorie che rientrano nell'ape sociale o in Opzione Donna. E' quello che di fatto ha più volte suggerito l'Unione Europea che anche nelle raccomandazioni all'Italia in vista del varo del Recovery Fund, ha chiesto il ritorno al sistema previdenziale voluto dal governo Monti. Al momento però resta garantita l'uscita anticipata con 35 anni di contributi e 58 anni d'età per le donne.

Età flessibile

I sindacati propongono l’età flessibile, ovvero estendere le regole applicate a chi ha un sistema interamente contributivo a chi ha un regime misto, ovvero con il retributivo fino al 1995 e poi con il contributivo. Obiettivo consentire di lasciare il lavoro a 64 anni in caso di pensione maturata almeno 2,8 volte superiore all’assegno sociale, circa 1.288 euro al mese. Il passo successivo sarebbe poi abbassare questa soglia a 62 anni, riducendo inoltre il limite di accesso a 1,5 volte la pensione sociale. Difficile, però, che il governo accolga questa richiesta. Più facile discutere su un assegno calcolato completamente con il contributivo e uscita a 64 anni. L'altra richiesta dei sindacati è quella sulle pensioni di anzianità: oggi si accede con almeno 42 anni e 10 mesi di contributi (e un anno in meno per le donne) indipendentemente dall’età, la richiesta è di abbassare il limite a 41 per tutti.

Quota 102

Il governo studia comunque un pensionamento flessibile a quota 102 con questi requisiti: 64 anni di età (indicizzata alla aspettativa di vita), 38 anni di contributi di cui non più di 2 anni figurativi (esclusi dal computo maternità, servizio militare, riscatti volontari). La pensione anticipata dovrebbe essere resa stabile con 42 anni e 10 mesi per gli uomini (1 anno in meno perle donne), svincolata dalla aspettativa di vita ed eliminando qualsiasi divieto di cumulo tra lavoro e pensione e prevedendo altresì agevolazioni per le donne madri (ad esempio 8 mesi ogni figlio fino a massimo 24 mesi), per i caregiver (un anno) e per i precoci (maggiorando del 25% gli anni lavorati tra i 17 e i 19 anni di età). In ogni caso serve una riforma che dia certezza ai cittadini con regole semplici e valide per tutti, giovani e anziani, retributivi, misti e contributivi puri.

Lavori gravosi e donne 

Altro tema è quello dei lavori gravosi: secondo i sindacati non basta l’ape sociale, così come le norme per lavori usuranti e lavoratori precoci. La richiesta è di ampliare la platea. Per le donne, invece, si chiede di valorizzazione le lavoratrici con figli, con un abbuono sulla pensione di 3-4 mesi per ogni figlio: se si decide di non sfruttare l’abbuono si accumulano ulteriori mesi di contributi. Inoltre i sindacati chiedono di prevedere anche un abbuono di un anno per ogni 5 di lavoro di cura.

Giovani e precari

C'è l'esigenza di tutelare soprattutto i precari, un'esercito di giovani che hanno versato solo con il contributivo e non hanno l’integrazione al minimo della pensione. I sindacati spingono per di valorizzare i buchi contributivi e i periodi part-time. Un bel segnale all'Europa potrebbe essere il sistema dei "contributivi puri", cioè in base ai contributi versati nella vita lavorativa, l’integrazione al minimo su valori pari alla maggiorazione sociale (630 euro mese) e calcolati sulla base del numero di anni lavorati.