PORTATA A CASA la ‘mission impossible’ di chiudere il 2020 con un bilancio in utile (80mila euro), grazie a un’edizione digitale di Macfrut – la fiera internazionale dell’ortofrutta – tutto affatto che simbolica (520 espositori paganti e 18mila visitatori, in rappresentanza di 152 paesi), Cesena Fiera si prepara ora a gestire il ritorno in presenza nei saloni di Rimini con qualche nuova freccia fortunata da scagliare. L’obiettivo, come per molti, è il mercato cinese che, fermatosi per primo causa Covid, è stato pure il primo a macinare utili. Renzo Piraccini, presidente di Cesena Fiera, com’è nato, intanto, il legame con la Cina? "Le aziende cinesi frequentano il Macfrut ormai ininterrottamente dal 1999. Un legame dapprima fragile che si è reso via via più stabile ed è cresciuto nel tempo. All’ultima edizione che si è tenuta in presenza, a Rimini nel 2019, gli espositori cinesi erano stati una trentina. Lo scorso anno, nell’edizione digitale (una vera e propria fiera ma in streaming, in una piattaforma dedicata con gli stand, i convegni, gli incontri B2B e...

PORTATA A CASA la ‘mission impossible’ di chiudere il 2020 con un bilancio in utile (80mila euro), grazie a un’edizione digitale di Macfrut – la fiera internazionale dell’ortofrutta – tutto affatto che simbolica (520 espositori paganti e 18mila visitatori, in rappresentanza di 152 paesi), Cesena Fiera si prepara ora a gestire il ritorno in presenza nei saloni di Rimini con qualche nuova freccia fortunata da scagliare. L’obiettivo, come per molti, è il mercato cinese che, fermatosi per primo causa Covid, è stato pure il primo a macinare utili.

Renzo Piraccini, presidente di Cesena Fiera, com’è nato, intanto, il legame con la Cina?

"Le aziende cinesi frequentano il Macfrut ormai ininterrottamente dal 1999. Un legame dapprima fragile che si è reso via via più stabile ed è cresciuto nel tempo. All’ultima edizione che si è tenuta in presenza, a Rimini nel 2019, gli espositori cinesi erano stati una trentina. Lo scorso anno, nell’edizione digitale (una vera e propria fiera ma in streaming, in una piattaforma dedicata con gli stand, i convegni, gli incontri B2B e tutto il resto) ne sono arrivati addirittura 87. Il loro feedback è stato entusiasta. Ci hanno detto, come molti, di aver portato a casa risultati straordinari. Da questi loro input è nata l’intenzione di dedicarci, all’interno di Macfrut, in particolare anche al mercato cinese".

In che modo?

"Con una fiera nella fiera, un ‘China day’ che si terrò esclusivamente in digitale, sulla piattaforma ormai così ben sperimentata, il 6 settembre, il giorno prima dell’avvio ufficiale di Macfrut".

Che si terrà dal vivo?

"Assolutamente sì, il 7, 8 e 9, in fiera a Rimini. Il motto di quest’anno, anzi, inserito in tutte le comunicazioni ufficiali, è ben esplicito: ‘get together in Rimini’".

Dunque il digital non ha mangiato il salone fisico.

"No, e non lo farà mai, lo abbiamo detto fin dall’inizio. Piuttosto lo cambierà, come è accaduto per la Cina. Il passaggio da fisico a digitale ha portato gli espositori da 30 a 87. E per China Day gli espositori già accreditati sono 100, un intero padiglione".

Avevate detto però che i due eventi, digitale e reale, sarebbero continuati a marciare divisi.

"È vero, così come è vero che quando l’abbiamo detto, l’anno scorso, tutti eravamo certi che la pandemia nel 2021 sarebbe stato un ricordo, e invece non è stato così. Nel frattempo i balzi tecnologici avuti in questo tempo sono stati incredibili, nel campo delle fiere come in quello di cui ci occupiamo, l’ortofrutta. Le nuove tecnologie che vedremo al Macfrut quest’anno ci parlano di sensori nel terreno che governino la quantità dell’acqua da dare alle colture, di droni in grado di vedere in tempo gli attacchi fitosanitari e di altre cose straordinarie".

Tutto oggi è più ibrido, anche le fiere?

"Anche le fiere. Così alla presenza fisica, che rimane insostituibile, si innestano le piattaforme digitali. Un esempio su tutti: le tecnologie di cui parliamo potranno essere provate sia dal vivo a Rimini che in remoto, per chi si collegherà da chissà dove".

In che altro modo cambieranno i saloni?

"Immagino che il contenimento delle presenze porterà a fiere sempre meno orizzontali e onnicomprensive e sempre rivolte a singole aree. Tutte, poi, dal mio punto di vista coniugheranno il faccia a faccia con i contatti digitali".

Molti sperimenteranno, va detto, ciò che il Macfrut ha già testato.

"Ho sempre creduto che l’imprenditoria sia fatta di visione e coraggio. Noi nel 2020 ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: se esiste un momento in cui rischiare una strada del tutto nuova eccolo, è proprio questo. Così ci siamo lanciati a progettare e realizzare Macfrut digital".

Torniamo in Cina. Chi verrà, virtualmente, s’intende?

"Per il China Day abbiamo ricevuto adesioni sia da importatori che da esportatori. Imprenditori cinesi e imprenditori del resto del mondo che vogliono fare affari con la Cina. Noi, per non lasciare nulla al caso, ci siamo preparati a dovere...".

Ovvero?

"Abbiamo assunto per tempo un esperto di relazioni commerciali con la Cina, e ci sarà uno staff di traduttori. Ogni comunicazione avverrà in cinese, in italiano e in inglese, e lo stesso varrà per le video presentazioni da un minuto di ciascuna azienda e per tutto il materiale a disposizione sulla piattaforma. Addio B2B, sarà almeno un B3B".

Domanda scontata: quanta della gente che affollerà la piattaforma digitale sarebbe potuta venire fisicamente a Rimini e invece non verrà?

"Le giro la domanda: quanta della gente che affollerà la piattaforma non sarebbe mai venuta a Rimini e invece l’abbiamo intercettata? Penso agli imprenditori indiani, che in questo momento lottano contro il Covid molto più di noi. Ma penso anche agli stessi cinesi: il loro governo ha annunciato che nessuno parteciperà a eventi internazionali fino a giugno, poi si vedrà. Il Macfrut è ai primi di settembre. Inoltre già con il Macfrut digital dell’anno scorso ci siamo resi conto di avere intercettato paesi e nazionalità che prima per l’eccessiva distanza non eravamo mai riusciti a coinvolgere".

Detto da lei... Chi la conosce è abituato a chiamarla durante l’anno e sentirsi dire: ’Ciao, sono in Uzbekistan, sono in Congo, sono in Cile’.

"(Ride, ndr). Quelli come me si sentono leoni in gabbia. Eppure lavorare in questo modo ci ha resi tutti più efficienti, più sintetici, attivi su molti più fronti. Guardo il lato positivo. Sono un ottimista".