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28 dic 2021

Legge di Bilancio, la norma anti delocalizzazioni: cosa prevede e i limiti

Il provvedimento inserisce comunicazione preventiva e piano per ridurre il rischio licenziamenti. Ma potrebbe dissuadere le imprese a investire in Italia

elisa serafini
Economia
I bnchi vuoti dell' aula del Senato, Roma, 21 dicembre 2021. Anna Rossomando, vice presidente del Senato, ha interrotto la seduta a causa della mancanza di almeno un membro del governo, durante l�inizio della discussione generale sulla legge di bilancio 2022. ANSA/FABIO FRUSTACI
Il testo della Legge di Bilancio sui banchi della Camera

La Legge di Bilancio è arrivata, finalmente, al suo compimento. Tra i numerosi provvedimenti, ce n’è uno di portata politica fortemente significativo: quello sulle delocalizzazioni. Sul tema si erano espresse in precedenza alcune figure politiche (come Andrea Orlando o Alessandra Todde) che chiedono da tempo lo stop alle fughe delle aziende dall’Italia. A queste dichiarazioni si era opposto il Presidente di Confindustria Bonomi che ha parlato, più volte, di “propaganda anti-impresa”.

La norma prevede che le aziende debbano comunicare preventivamente alle parti sociali qualunque intenzione di delocalizzazione e programmare un piano per ridurre i rischi occupazionali. In caso di inadempimento sono previste sanzioni e nullità dei licenziamenti.

Tra una legittima intenzione politica e un reale risultato, però, ce ne passa, e da un lato potrebbe essere un bene. Ad oggi non esistono norme che possano vietare il libero flusso di capitali, imprese e persone tra Paesi. Esistono filtri fiscali e normativi, ma il divieto “di espatrio” è un’altra cosa. Per questa ragione, è opportuno che la volontà politica, anche quando animata dalle migliori intenzioni, si confronti con la realtà, con i principi che regolano l’economia e con le normative internazionali.

Vietare, di fatto, il trasferimento o la chiusura di un’azienda non solo è praticamente impossibile, ma potrebbe essere dannoso per l’intero sistema economico, con il risultato, paradossale, di danneggiare ancora di più il tessuto occupazionale. Quella che per alcune figure politiche può considerarsi una vittoria, potrebbe infatti dissuadere imprese italiane o straniere ad investire nel Paese, a causa di un segnale politico di incertezza e potenziale ostilità.

A parità di condizioni, infatti, una società potrebbe preferire l’insediamento in un territorio che non prevede sanzioni in caso di chiusura (se non quelle già previste dalle normative che riguardano i fallimenti) o trasferimento. Le imprese, insomma, non possono essere trattenute per decreto, o almeno, non tutte. Per mantenere capitali, persone e asset su un territorio, la strada migliore rimane quella dei buoni incentivi e dello sviluppo di ecosistemi favorevoli all’ambiente imprenditoriale.

L’Italia ha compiuto numerosi passi in avanti rispetto alla semplificazione burocratica della creazione di imprese, migliorando la propria posizione nelle classifiche internazionali di “facilità di fare business”, come il “Doing Business” della Banca Mondiale. Tuttavia permangono numerosi punti di frizione che disincentivano imprese ed imprenditori ad investire in Italia, o anche solo a restare nel Paese.

Oltre ad una pressione fiscale complessiva che supera il 64%, il nostro Paese conta una media di 7 anni per la conclusione di un processo civile, il tempo più lungo in Europa. I tempi della giustizia rappresentano una condizione considerata da ogni impresa prima di un investimento. Anche la facilità di accesso a permessi e burocrazia gioca un ruolo cruciale. In un’economia sempre più orientata ai servizi, questi elementi possono fare la differenza nella capacità attrattiva sulle imprese.

Le aziende non possono essere trattenute per decreto, ma, probabilmente, potrebbero essere incentivate a restare o a insediarsi sul nostro territorio. Bisognerà, però, accettare che, all’interno delle politiche pubbliche, oltre le intenzioni, contano i risultati, e a volte questi due elementi potrebbero non correre sullo stesso binario.

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