ANCORA UNA VOLTA il Paese sembra alla vigilia di una grande rivoluzione promessa che, come tutte le rivoluzioni, si preannuncia epocale anche per l’ingentissima quantità di investimenti previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). In una fase in cui si moltiplicano le ricette più o meno salvifiche per modernizzare importanti pezzi dell’economia (infrastrutture, sistemi educativi, transizione ecologica e digitale, pubblica amministrazione) le politiche del lavoro prossime venture continuano a rimanere apparentemente prigioniere di un arcano che pietrifica il dibattito, polarizzandolo e condizionandolo ideologicamente. In un Paese in cui i temi del lavoro hanno storicamente suscitato divisioni profondissime la recente irruzione nell’immaginario collettivo degli ultimi ‘miti della...

ANCORA UNA VOLTA il Paese sembra alla vigilia di una grande rivoluzione promessa che, come tutte le rivoluzioni, si preannuncia epocale anche per l’ingentissima quantità di investimenti previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). In una fase in cui si moltiplicano le ricette più o meno salvifiche per modernizzare importanti pezzi dell’economia (infrastrutture, sistemi educativi, transizione ecologica e digitale, pubblica amministrazione) le politiche del lavoro prossime venture continuano a rimanere apparentemente prigioniere di un arcano che pietrifica il dibattito, polarizzandolo e condizionandolo ideologicamente.

In un Paese in cui i temi del lavoro hanno storicamente suscitato divisioni profondissime la recente irruzione nell’immaginario collettivo degli ultimi ‘miti della caverna’ quali l’"abolizione della povertà" o l’istituzione dei mitologici navigator, caricati loro malgrado di grandi aspettative ed inesistenti poteri salvifici e taumaturgici, non ha di certo avvicinato le soluzioni. Recuperare il tempo perduto significa oggi in primis separare concettualmente e praticamente le politiche di inserimentoreinserimento lavorativo dalle misure di inclusione sociale. Troppo a lungo il confronto tra tifoserie ha confuso i piani, con i difensori del reddito di cittadinanza chiamati a rispondere alle (giuste) obiezioni sul mancato decollo della parte lavoristica con il ruolo (anche qui giusto) esercitato dal reddito di cittadinanza nel contenimento del disagio sociale di ampie fase di popolazione oppure richiamando le esperienze di altre realtà europee nelle quali vigono strumenti analoghi. Gli effetti di questa perdurante confusione continuano a riflettersi nell’adozione di politiche prevalentemente finalizzate all’artificiale conservazione dei posti di lavoro esistenti (sul duplice versante dell’erogazione di sussidi alle persone e di incentivi alle imprese), nell’assenza di interventi correttivi delle strutturali distorsioni del mercato del lavoro, nel mancato il decollo delle politiche attive del lavoro. E’ giunta l’ora di uno sforzo riformatore che chiami in causa Istituzioni e Parti sociali, apparse entrambe sinora troppo timide nell’abbandonare parole d’ordine buone per il consenso di breve o soluzioni del passato tanto confortevoli quanto inefficaci ed onerose.

Politiche di inclusione e di (re)inserimento lavorativo hanno come punto di contatto la definizione di una serie di regole stringenti che regolino i diritti ed i doveri dei percettori delle misure assistenziali e degli ammortizzatori e la loro partecipazione ad azioni di politica attiva con l’accettazione delle offerte di lavoro contrattualmente previste compatibili con il loro profilo professionale, pena la perdita dei sussidi. Solo a valle della distinzione dei due ambiti di intervento potranno poi essere definiti gli obiettivi della rete dei servizi al lavoro che dovrà inevitabilmente essere costituita da una rete integrata di attori pubblici e privati in grado di rispondere ai fabbisogni di tutti i cittadini e non solo in via prevalente dei soli percettori del reddito di cittadinanza, come assurdamente previsto ora.

In parallelo si dovrà ragionare, nel merito, sulla corretta gestione della dialettica Stato-Regioni a costituzione vigente, sulla qualità dell’offerta formativa attuale, sul nuovo perimetro (piu vasto) dell’uso delle piattaforme tecnologiche per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, sull’integrazione tra percorsi educativiformativi e lavorativi e sul generale deficit di competenze, sia hard che soft, che affligge il Paese. Ci troviamo oggi in una condizione non molto dissimile da quella descritta da Bertolt Brecht in “A chi esita”: "Le nostre parole d’ordine sono confuse. (…) Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto? Qualcosa o tutto? Su chi contiamo ancora?. (…) Questo tu chiedi. Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua". Ecco, le parole d’ordine non ci sono più, le risposte forse ancora sì: cerchiamole, insieme.

* Direttore generale di Assolavoro