SE DOVESSIMO stilare una classifica delle parole più in voga nell’odierno dibattito pubblico, i topic trend per usare una terminologia da social, troveremmo accanto a espressioni come ‘resilienza’ o ‘transizione ecologica’ sicuramente le ‘politiche attive del lavoro’. Il presidente Mario Draghi le ha ricordate da ultimo nella sua conferenza stampa di qualche giorno fa, il ministro Andrea Orlando (in alto nella foto grande) le annuncia ormai da tempo. Le politiche attive in salsa italiana, come tutte le espressioni talvolta abusate che hanno l’apparente e ingannevole pregio di mettere d’accordo tutti, rischiano tuttavia di venire alla luce senza che siano state risolte alcune questioni concettuali di fondo. La sensazione è quella di un ritardo culturale nella nostra capacità di affrontare razionalmente i problemi, di scomporli...

SE DOVESSIMO stilare una classifica delle parole più in voga nell’odierno dibattito pubblico, i topic trend per usare una terminologia da social, troveremmo accanto a espressioni come ‘resilienza’ o ‘transizione ecologica’ sicuramente le ‘politiche attive del lavoro’. Il presidente Mario Draghi le ha ricordate da ultimo nella sua conferenza stampa di qualche giorno fa, il ministro Andrea Orlando (in alto nella foto grande) le annuncia ormai da tempo. Le politiche attive in salsa italiana, come tutte le espressioni talvolta abusate che hanno l’apparente e ingannevole pregio di mettere d’accordo tutti, rischiano tuttavia di venire alla luce senza che siano state risolte alcune questioni concettuali di fondo. La sensazione è quella di un ritardo culturale nella nostra capacità di affrontare razionalmente i problemi, di scomporli in sotto insiemi elementari, di trarre le conclusioni sulla base di dati di esperienza e di approntare le conseguenti soluzioni.

Il titolo del tema da svolgere sarebbe in teoria anche sufficientemente chiaro: in un mercato del lavoro al centro di travolgenti ed epocali trasformazioni (non le enumero) come costruire una rete dei servizi capace di assistere i lavoratori riducendo il gap di competenze e l’ampiezza delle cosiddette transizioni? A dire il vero dall’esperienza condotta in questi anni, anche a livello regionale, gli elementi necessari per la definizione di un sistema di più ampio respiro emergono numerosi: il problema è che talvolta questi stessi fattori sembrano utilizzati per polarizzare le diverse posizioni ricercandone la loro antinomia, non valutando invece la potenza della loro complementarità e rinforzo reciproco. Epicentro di questo grande equivoco è poi la cooperazione pubblico privato, tutt’ora avvolta nel mistero su come potrebbe essere concretamente declinata. Una cosa è certa: per storia, impostazione, posizionamento, organizzazione, investimento, il servizio pubblico nel nostro Paese non può pensarsi autosufficiente, e soprattutto non potrà mai esserlo con i tempi dell’emergenza occupazionale che si sta verificando. Conseguentemente la centralità dell’attore pubblico oggi chiama in causa la sua capacità di gestione efficiente sia dei rapporti con i lavoratori che con gli altri soggetti pubblici e con gli operatori privati della rete dei servizi.

Accanto a questi nodi da sciogliere ve ne sono poi altri: la dicotomia centro-periferia (Stato-Regioni), la necessaria distinzione tra servizi rivolti ai lavoratori eo servizi destinati alle imprese, la sfida della digitalizzazione dei servizi accelerata dalla pandemia ma azzoppata dalla cultura amministrativa dell’adempimento burocratico. Stante questa situazione è indispensabile mettere in campo - se si vuole evitare un nuovo immenso dispendio di risorse pubbliche e la costruzione di effimere cattedrali sulla sabbia - strumenti di misurazione del valore pubblico generato dal sistema dei servizi all’impiego e di valutazione delle politiche attive del lavoro in cui in cui intervengono soggetti pubblici e privati. Dovremo essere capaci di monitorare la capacità di attivazione degli interventi verso le persone e le imprese, gli esiti occupazionali delle misure, la corretta personalizzazione degli interventi, l’effettivo incremento sia dell’occupabilità delle persone (quella vera non quella frutto della formazione slegata della domanda di lavoro) che della loro capacità di essere pro-attivi nel cercarsi un lavoro.

L’individuazione di indicatori di risultato delle politiche pubbliche in grado di valutarne l’efficacia e la capacità di aggredire la difficile situazione socioeconomica, caratterizzata oltre che dall’accelerazione delle transizioni da una mobilità mondiale della forza lavoro senza precedenti, dall’aumento delle disuguaglianze e dal cambiamento radicale degli assetti organizzativi delle imprese, sarà il banco di prova delle politiche del lavoro prossime venture. Ma rappresenta anche un formidabile stimolo per una profonda revisione delle linee di policy nazionale verso una maggior efficacia nei risultati ed efficienza nell’utilizzo delle risorse economiche e organizzative disponibili. Ci riusciremo?

* Direttore generale di Assolavoro