IL PROBLEMA non è il reddito di cittadinanza, ma il lavoro. Paradossalmente, molte persone cercano un impiego senza successo e, nello stesso tempo, molte imprese cercano lavoratori senza trovarli. E, nel frattempo, l’Italia continua ad avere un tasso di occupazione tra i più bassi d’Europa (58,1% contro una media Ue del 67,7%). Il tutto con un mercato del lavoro che non funziona, specie per quanto riguarda le politiche attive. Ora, con il Pnrr potrebbe arrivare una scossa, ma l’importante è affrontare la questione dal lato giusto. I partiti hanno preso a discutere (in modo ideologico) su una possibile abolizione del reddito di cittadinanza, senza però centrare il problema. Uno strumento di welfare universale non è sbagliato in assoluto, solo che in questo è caso è stato concepito male e realizzato peggio, tanto che arriva solo alla metà delle...

IL PROBLEMA non è il reddito di cittadinanza, ma il lavoro. Paradossalmente, molte persone cercano un impiego senza successo e, nello stesso tempo, molte imprese cercano lavoratori senza trovarli. E, nel frattempo, l’Italia continua ad avere un tasso di occupazione tra i più bassi d’Europa (58,1% contro una media Ue del 67,7%). Il tutto con un mercato del lavoro che non funziona, specie per quanto riguarda le politiche attive. Ora, con il Pnrr potrebbe arrivare una scossa, ma l’importante è affrontare la questione dal lato giusto. I partiti hanno preso a discutere (in modo ideologico) su una possibile abolizione del reddito di cittadinanza, senza però centrare il problema. Uno strumento di welfare universale non è sbagliato in assoluto, solo che in questo è caso è stato concepito male e realizzato peggio, tanto che arriva solo alla metà delle persone che ne avrebbero bisogno, mentre non pochi tra coloro che lo hanno avuto non ne avrebbero diritto. Inoltre, pur di farlo digerire a tutti e incassare così il dividendo elettorale, è stato mascherato come la soluzione definitiva per colmare il gap tra domanda e offerta di lavoro.

Invece ha ragione l’Ocse: in tempi di pandemia, il RdC ha sì limitato il calo del reddito, ma ha totalmente fallito come strumento di attivazione di occupazione. Il mercato del lavoro italiano è senza dubbio poco strutturato e scarsamente efficiente. I Centri per l’Impiego pesano meno del 3% dei nuovi contratti e se anche con l’intermediazione dei privati si sale un poco, si tratta prevalentemente di lavoro interinale. Inoltre, manca quasi completamente un sistema di formazione e aggiornamento professionale. Un problema gravemente sottovalutato, visto che il 70% dei beneficiari del reddito (che in totale sono circa 3,5 milioni di individui) ha al massimo la terza media e scarsa o nessuna esperienza di lavoro. Questo, purtroppo, li rende poco ’occupabili’ dalle imprese, che invece sempre più cercano manodopera qualificata. Un solco che con il passare del tempo diventa più profondo, visto che tutte le transizioni in corso (ecologica, tecnologica, digitale) richiederanno personale con sempre maggiori competenze. Non è quindi un caso che già oggi le imprese siano in difficoltà nel trovare il personale di cui abbisognano e che, allo stesso tempo, un quarto della popolazione sia inattiva (il 25,9% a fronte del 13,5% dei tedeschi).

Un problema che riguarda anche i cosiddetti Neet, cioè i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano, che sono oltre due milioni, cioè un quarto del totale degli under 29. Insomma, giovani e meno giovani escono completamente dal mercato del lavoro. Fonti diverse (da un lato uno studio Unioncamere e Anpal, dall’altro Aiso, associazione che raggruppa le principali società di outplacement) convergono su un punto, allarmante: entro ottobre sono previste 1,2 milioni di nuove assunzioni (ben 400 mila più dello scorso anno), ma sarà difficile trovare profili adeguati. Eppure il lavoro cresce più dell’economia: nel secondo trimestre il pil è aumentato del +2,7% sui tre mesi precedenti mentre l’occupazione segna +3,9%. Questo significa scarsa produttività, non a caso stagnante da 20 anni.

E qui ci risiamo: è un problema di lavoro poco qualificato. Ora, all’interno del Pnrr, l’Italia si è impegnata a migliorare le misure a sostegno dell’occupazione, renderle uniformi sul territorio e avvicinarle agli standard europei. I tempi stringono, ma per esempio le Regioni finora hanno assunto solo 1.300 delle 11.600 persone previste per potenziare i Centri per l’Impiego. Eppure, i soldi ci sarebbero visto che la legge di Bilancio 2021 ha già stanziato 500 milioni del fondo React Ue per le politiche attive e che, soprattutto, dal Recovery dovrebbero arrivare 8,3 miliardi: 4,9 per il programma Garanzia occupazione lavoro (Gol), 1,5 per riformare i Centri per l’Impiego, 1,3 per il Piano nazionale per le nuove competenze. Bisogna augurarsi che tutto ciò funzioni, perché bisogna risolvere il prima possibile il problema del mismatch tra domanda e offerta di lavoro. Di riforma dei Centri per l’Impiego si parla da anni, speriamo che questa sia la volta buona. Altrimenti potremmo non avere le competenze per agganciare la ripresa. Bisogna mettersi ‘al lavoro’. Subito.

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