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29 apr 2022

Gas e petrolio, l'amara verità: così l'Europa ha finanziato la guerra in Ucraina

Nei primi due mesi del conflitto i Paesi Ue hanno pagato a Mosca 44 miliardi per le forniture di combusibili fossili: +83% rispetto alla media del 2021

michele mezzanzanica
Economia
epa02415098 View of the natural gas dewatering facility of the Gas Transmission Operator Gaz-System SA in Mackowice, Poland, 27 October 2010. Poland's pipeline operator Gaz-System SA said on October 26 it signed a deal to take over the management of the Yamal natural gas pipeline from EuRoPol Gaz SA, a joint venture of OAO Gazprom of Russia and Poland's Polskie Gornictwo Naftowe i Gazownictwo SA.  EPA/DAREK DELMANOWICZ POLAND OUT
Un gasdotto

Indipendenza energetica dalla Russia. E’ la parola d’ordine delle cancellerie di tutta Europa, Roma compresa, che si affannano a trovare alternative rimbalzando dalle pale eoliche alle centrali a carbone. Ad oggi, però, la realtà non solo è molto diversa ma è addirittura opposta, come mette nero su bianco un report pubblicato dal Center for Research on Energy and Clean Air (Crea), autorevole istituto internazionale indipendente di ricerca. Nel corso dei primi due mesi di guerra in Ucraina, tra il 24 febbraio e il 24 aprile, gli stati dell’Unione europea hanno pagato alla Russia 44 miliardi di euro per le forniture di gas, petrolio e carbone (su 63 complessivi, il 71% del totale), dunque una media di 22 miliardi al mese. Una cifra di gran lunga superiore ai 12 miliardi al mese pagati mediamente nel 2021. E questo nonostante le forniture siamo andate diminuendo nel corso delle settimane, per via delle sanzioni e dell’indirizzo politico adottato da Bruxelles. L’impennata dei prezzi, già alti a causa della pandemia, ha però giocato a favore di Mosca che in questi due mesi di guerra ha visto salire i propri ricavi di circa l’83%, per quanto riguarda le esportazioni verso i Paesi Ue che, come detto, rappresentano di gran lunga il mercato principale. Il 25% delle spedizioni di combustibili fossili della Russia si è concentrato in sei porti europei: Rotterdam e Maasvlakte (Olanda), Danzica (Polonia), Zeebrugge (Belgio) e Trieste. I maggiori importatori di combustibili fossili russi sono la Germania (9,1 miliardi di euro nel periodo considerato) e l’Italia (6,9 miliardi), non a caso i Paesi più in difficoltà a livello comunitario nel prendere le decisioni più drastiche in termini di sanzioni contro Mosca. Putin ha così potuto contare su un sostanzioso gettito di liquidità che lo ha aiutato sia a sostenere lo sforzo economico dell’invasione dell’Ucraina, ...

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