Lavoratori in protesta
Lavoratori in protesta

Milano, 30 marzo 2020 Mezzo milione di lavoratori lombardi in cassa integrazione “causa coronavirus“. Quasi 21mila procedure aperte da parte di altrettante aziende che stanno scontando il prezzo della pandemia in termini di calo di lavoro, unito allo stop alle attività produttive non essenziali. La maggior parte delle richieste di ammortizzatori sociali, secondo i dati della Cgil, arriva dall’industria metalmeccanica (circa 7mila pratiche per circa 200mila addetti coinvolti). Nell’industria chimica, tessile, gomma plastica, energia, sono state aperte quasi duemila pratiche per 80mila lavoratori circa. I lavoratori del commercio, degli appalti, del terziario, del turismo già coinvolti sono 140mila, ma manca all’appello la distribuzione non alimentare. L’edilizia, coi cantieri chiusi, insieme all’industria del legno e impianti fissi ha visto finora l’apertura in Lombardia di 3.600 procedure per circa 29mila addetti.

«I motivi per cui le aziende stanno ricorrendo agli ammortizzatori sociali sono diversi - commenta Valentina Cappelletti, segretaria della Cgil Lombardia con delega al mercato del lavoro -. Da un lato c’è l’effetto diretto delle chiusure imposte per decreto, fin dal 23 febbraio, quando fu istituita la prima zona rossa, a cui si sono aggiunte quelle che hanno interessato tutta la Lombardia. Da ultimo, in questi giorni, attendiamo l’arrivo delle richieste di cassa integrazione in deroga, che finora non erano attivabili". Dopo la revisione dell’elenco delle attività indispensabili, i lavoratori potenzialmente attivi in Lombardia sono scesi da 1,61 milioni a 1,58 milioni, quindi sono ancora moltissimi. "L’emergenza sanitaria avrà un impatto sulle buste paga - prosegue Cappelletti -. Dobbiamo trovare una soluzione per estendere le protezioni anche a chi oggi è rimasto fuori dai decreti, per esempio le lavoratrici domestiche".