Syria al Giorno
Syria al Giorno

Milano, 19 marzo 2019 - Racconti della valigia rossa. Quel tesoretto di appunti, ricordi, pensieri, disegni, scarabocchi accumulati negli anni da Gabriella Ferri e affiorati d’improvviso da un vecchio bagaglio ricomponendo l’anima complessa e poetica di una fra le più vertiginose protagoniste della canzone romana fa da perno al dipanarsi delle tante storie che legano “Perché non canti più”, lo spettacolo musicale ideato e scritto da Pino Strabioli che il 29 e 30 marzo vede Syria in scena al Teatro Menotti. «Siamo in tour da luglio, perché è tempo avevo intenzione di percorrere una strada da interprete pure diversa rispetto a quella tracciata dai miei album», ha spiegato ieri in redazione al Giorno l’eroina di “Non ci sto”, al secolo Cecilia Cipressi. «Così, un giorno, sfogliando “Gabriella Ferri Sempre”, il volume concepito da Strabioli su quel materiale ritrovato, ho pensato di contattarlo. Avevo già avuto modo di cantare i mondi di Gabriella in “Bellissime”, il mio tributo alle signore della canzone italiana anni ’50-’80, ma volevo il placet della famiglia e, in particolare, del figlio Seva Borzak. Pino ha fatto da trait-d’union. Con mia grande sorpresa, ho scoperto di essere stata una delle pochissime, se non la sola ad aver chiesto di omaggiare la Ferri in questa chiave».

Cosa cerca la gente in questo spettacolo?

«Il pubblico che viene a trovarci è quello che non l’ha dimenticata mai. Gli spiego che io non ho né la fisicità né la voce della Ferri, quindi divento solo un tramite, un mezzo, per ricordarla tutti assieme con questo “concentrato di Gabriella” di ottanta minuti».

Lei, d’altronde, dice sempre di sentirsi innanzitutto un’interprete.

«Dopo 23 anni di canzoni, mi sono resa conto di quanto sia bello mettersi al servizio della musica. Da quando ho conosciuto Strabioli, quella di andare in scena per raccontare storie è un piacere che provo sempre più forte».

In questa teatralizzazione della musica e della vita di Gabriella Ferri quanto è servita la sua esperienza con Paolo Rossi in «Chiamatemi Kowalski… il ritorno»?

«È servita parecchio. Poter assorbire per quasi cento repliche da un attore come lui, l’arte dello stare in scena, è stata una scuola immensa. Verrà pure lui al Menotti e sarà il mio esame di maturità».

Con questa formula del cantare e recitare cosa le piacerebbe fare?

«Lo dico? “L’opera da tre soldi” assieme a Paolo Rossi. Me l’ha proposta lui, ma chissà se il progetto andrà mai in porto. Io, intanto, ho cominciato a studiare. Guardando al passato si trovano esempi bellissimi, di cantanti approdate nel mondo di Brecht, basta pensare a Milva o alla Vanoni. Per me la cosa rappresenterebbe un sogno ad occhi aperti».

Per la Ferri, eliminata nel ’69 nonostante cantasse abbinata a Stevie Wonder, Sanremo ha rappresentato una dettagli trascurabile della carriera, mentre per lei tutto è partito da lì nel ‘96. E quest’anno è tornata con Anna Tatangelo.

«Assolutamente. Anna è stata deliziosa, si è ricordata di aver passato nel 2001 le selezioni dell’Accademia della Canzone di Sanremo cantando un mio brano, “L’angelo”, e ha voluto “sdebitarsi” ospitandomi con lei sul palco la sera dei duetti. Al di là di certi esperimenti elettronici e dei tributi alle band indipendenti, ho una passionaccia per le canzoni melodiche che parlano d’amore. Quando ho sentito “Le nostre anime di notte”, mi sono detta: questa vengo a cantarla di corsa».