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24 dic 2015

Le tracce di Pino: quando Daniele cantava la libertà

I tre primi album e molte rarità

di MARCO MANGIAROTTI

24 dic 2015
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Milano, 24 dicembre 2015 -Chi può dicere. Chi c’era. Prima dei figli e di altri album che erano come figli. Eccetera eccetera. Consiglio a tutti “Tracce di libertà” (Universal), sobrio cofanetto che racconta gli esordi di Pino Daniele, i suoi appunti sonori, tre dischi capolavoro e molte altre storie. Più o meno gli anni in cui ho incrociato la sua vita, quando arrivava con Willy David a Milano, dopo un primo folgorante incontro al Club Tenco per una memorabile “’Na Tazzulella ‘e Cafè”. Dopo un mancato colloquio da assistente di volo in Alitalia, Giuseppe Daniele trova nell’hummus del jazz blues rock napoletano, con i Napoli Centrale, il suo punto di partenza. Sensibilità elettroacustica, invenzione melodica e linguaggio poetico popolare diventano la chiave per una nuova canzone, che anche a Napoli non si era mai ascoltata prima.

Daniele è un artista libero, un autore e un chitarrista di talento, immerso nello studio del suo strumento. La sua lingua è a scelta dritta e dura, sentimentale nel cuore, perché non appartiene al neo folk di De Simone e Bennato, Eugenio, e va oltre l’italiano di Bennato Edoardo. Bene ha fatto la Fondazione a mettere a disposizione di Giorgio Verdelli gli appunti, i diari, il materiale e i demo, le prime versioni delle canzoni che venivano fatte ascoltare al produttore e ai discografici. Fondamentali per capire il metodo di lavoro, come dimostra la monumentale opera dei Beatles.

C'è anche una canzone mai pubblicata, “Na voglia ‘e jastemmà”, in tema con la creatività pulsante di quegli anni e la grande libertà d’espressione di Pino, che è ancora vicino alla strada, nel ventre della città e nel grande orecchio dei suoi ritmi, voci e suoni. Tre album, “Terra mia”, “Pino Daniele” e “Nero a metà”, il primo e il terzo manifesti slogan, il secondo la firma già autorevole. Testi e bonus track completano il regalo delle versioni “Extended” con versioni alternative, e del libretto, le schede degli studi Stone Castle di Carimate firmate da Allan Goldberg ci riportano all’età dell’oro. Poi siccome nessuno è perfetto, al netto delle foto di Guido Harari, il tutto è di un gradevole caos, sembra un ritorno alle riviste musicali degli anni ‘70. Ma indispensabile.

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