Milano, 8 dicembre 2016  - Alla fine della storia ti senti un po’ strano. Il ritmo narrativo segue una logica tutta sua: i personaggi ondeggiano sulle pagine, quasi divorati dalla loro stessa vita metropolitana in una Milano in preda a un disfacimento violento e a tratti bizzarro. Per leggere “La capanna dello zio Rom” di Andrea G. Pinketts (Mondadori) è consigliabile tenere alta la concentrazione, anche se a volte si ha l’impressione di perdere la bussola assistendo impotenti a una guerra di strada combattuta a suon di armi e forchette, raccontata con uno stile che mescola con arguzia poesia e tragedia. Ma alla fine il vincitore è sempre lui, Lazzaro Santandrea, segugio «esperto di resurrezioni» con un passato televisivo che si ritrova con il suo fare da gangster un po’ dandy (e viceversa) nel bel mezzo di una lunga catena di omicidi tra Milano e la Fiera del libro di Bucarest passando per la capanna dello zio Rom, una discoteca della periferia milanese che ospita esistenze strampalate e un piano diabolico di riscatto sociale che incarna un mito di palingenesi al contrario.  

Pinketts, mi tolga una curiosità: che tipo di romanzo è “La capanna dello zio Rom”?

«Certamente non un giallo. Io non ho mai scritto opere di questo tipo, anche se qualcuno mi ha definito il fondatore del noir di seconda generazione accostandomi a Fois e Lucarelli. In realtà il mio è un romanzo circense che ha per protagonista un grande domatore di leoni che gioca con l’equilibrio come io con le parole».

Lo stile del racconto è volutamente ironico e aggrovigliato, quasi a indurre un po’ di confusione nel lettore. Perché questa scelta?

«Questo libro è una specie di cavallo di Troia: attraverso il meccanismo del tendone da circo puoi dire quello che vuoi e a me piace farlo disorientando, raccontando il sociale e l’asociale, le risse da cortile e le poesie cantate. In fondo il confine tra farsa e tragedia ha la consistenza di un perizoma».

«Assolutamente sì. Non a caso l’ho spesso definito un libro contro l’ignoranza, perché è nell’ignoranza che prolifera il razzismo. Le faccio un esempio: molto spesso i rom vengono confusi con i romeni e dipinti come criminali senza scrupoli. Il che è una stupidaggine. Nel mio racconto infatti diventano vittime, come spesso accade nella realtà, anche se poi non se ne parla. E per sdrammatizzare sono anche arrivato a scrivere che in realtà i rom derivano da Romina Power».

Sbaglio o in Lazzaro Santandrea c’è molto di Andrea Pinketts?

«C’è tantissimo. Direi che è il mio alter ego, può permettersi di dire cose delle quali io non posso parlare per non passare qualche guaio (ride). Ma Lazzaro è anche un grande avventuriero di se stesso o, se si vuole, un antieroe picaresco di una Milano che cambia al ritmo delle sue generazioni. Tra l’altro, questa è la sua ultima battaglia: se “Il conto dell’ultima cena” era il quarto romanzo di una trilogia, “La capanna dello zio Rom” è l’autentico libro, decisivo e definitivo».

Sta dicendo che dovremo abituarci a un Pinketts senza Lazzaro Santandrea?

«Sì. Sto infatti pensando di dedicarmi a tutt’altro. Posso solo dire che si tratta di un progetto che coinvolgerà arte e moda».