Ciao - Massimo Ghini
Ciao - Massimo Ghini

Milano 19, aprile 2017 - Avvertenza: in questa intervista a Massimo Ghini si parla pochissimo di quello che succede in scena. Di teatro in senso stretto. In compenso si chiacchiera di politica, dinamiche culturali e scelte di vita. Possibile dunque trovare ottimi motivi per andare a vedere «Ciao» al Franco Parenti. Che poi è la trasposizione dell’omonimo libro di Walter Veltroni, dove un immaginifico confronto con il proprio padre (morto in giovanissima età), s’intreccia con la storia del Paese. Fra personale e universale. In tanti si ritroveranno. Per un lavoro diretto da Piero Maccarinelli e che vede in scena anche Francesco Bonomo.

Ghini, come nasce il progetto?

«Con una telefonata. Mi ha chiamato Veltroni, dicendo che aveva questa idea e volevano parlarmene. Consideri che io e Walter ci conosciamo da quando avevamo 15 anni, due ragazzini coi capelli lunghi e i Ray-Ban».

Due ragazzini e due funzionari di partito.

«Nel gruppo dirigente della Fgci, i giovani comunisti. C’eravamo noi due e gente come D’Alema e Giuliano Ferrara. Un giorno mi piacerebbe raccontare quel periodo. La nostra amicizia nasce lì. Di certo non me ne sono avvantaggiato, a differenza di altri miei colleghi. Quando è diventato Ministro dei Beni Culturali nel 1996 c’era chi pensava che sarei andato dritto a leggere il Tg1. E invece fino al 2000 non ho avuto un contratto in RAI...».

Aveva già letto il romanzo?

«Sì, non senza fatica. Una lettura emotiva, sofferta. Il padre di Walter è morto che aveva un anno, io invece sono figlio di genitori separati, il mio l’avrò visto dieci volte. Siamo entrambi cresciuti senza un padre ed è un argomento che abbiamo spesso affrontato insieme. Credo che da parte sua ci sia stato il bisogno di affidarsi a un professionista ma anche a un amico».

Per riuscire a portare il privato sul palco.

«Già. Tempo fa era impensabile. I politici erano delle sfingi. Ora le cose sono cambiate. Merita rispetto questo mettersi in discussione. Come stare in piazza a torso nudo, senza giacca né camicia».

Come vive quel tipo di dolore?

«C’è una visione ipocrita della sofferenza dell’attore. Non è una tragedia e non c’è la fatica di chi si alza all’alba per portare 30 kg al mercato. Ma è un mestiere in cui vivi le vite degli altri, che poi associ alle tue esperienze. E così alcuni momenti in scena sono molto forti, affronti qualcosa che conosci benissimo».

Non deve essere facile passare dai drammi ai cinepanettoni.

«Vero e finalmente si comincia a riconoscerlo. Ma io mi ci sono rovinato la carriera su questa cosa. Glielo dico senza acredine, da uomo fortunato. Io amo il mio mestiere e mi piace fare Otello come il film di Natale. E invece no, se sei una cosa, qui lo devi essere per sempre».

Com’è la situazione della cultura in Italia?

«Basta accendere la tv la mattina: tavolate di esperti del nulla che parlano di banalità. È questa la risposta. Bisognerebbe volere il meglio, abituarsi a un certo livello culturale, che per me vuol dire confrontarsi con qualcuno che ha qualità e caratteristiche superiori e diverse dalle mie. Provo invece pietà e sconforto di fronte al fatto che si permetta a chiunque di parlare. Ovunque: in tv ma anche a teatro, al cinema, in letteratura. Se per assurdo chiedessi di fare il sindaco di Roma non azzarderei nemmeno troppo, capisce?»

Considerando che un suo «collega» viaggia intorno al 25%...

«Appunto. E lo dico da uno che ha amministrato la cosa pubblica, non mentre bevo una birretta al bar con gli amici. C’è un panorama terribile. E credo che in molti dovrebbero assumersi le proprie colpe, non solo i politici. Dagli accademici, agli operatori fino ai giornalisti. La politica in questo senso è un totem ma non è l’unica responsabile».

Ciao al Parenti, via Pier Lombardo 14 fino al 30 aprile