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Maria Teresa Ruta diretta da sua figlia: "Strano ma bello"

Al Litta “Nel buio dell’America”

di PIERO DEGLI ANTONI
Ultimo aggiornamento il 7 febbraio 2017 alle 07:13
Maria Teresa Ruta con Guenda Goria nata dal legame con Amedeo Goria giornalista sportivo

Milano, 7 febbraio 2017 - Mamma in scena, figlia regista. È l’inedita coppia che da stasera al 19 febbraio è in cartellone al Litta con “Nel buio dell’America”, testo di Joyce Carol Oates. La madre è Maria Teresa Ruta, la figlia è Guenda Goria.

Come nasce la vostra collaborazione?
«Sei mesi fa Guenda è venuta da me e mi ha detto: quest’anno faccio un piccolo record, dopo tanta gavetta, tre spettacoli da protagonista. Adesso, a 27 anni, vorrei firmare la mia prima regia teatrale. Mi ha dato da leggere un testo. Sarebbero solo due attori in scena con una voce fuori campo. L’ho letto e le ho detto: è un testo difficilissimo, un pugno nello stomaco. Perché negli anni ‘90 Joyce Carol Oates comincia a capire che sta nascendo il fenomeno della televisione del dolore e della cronaca nera. I protagonisti sono due genitori che non riescono a capire e a difendere il figlio che ha stuprato e ucciso una quattordicenne vicina di casa nascondendone il corpo nella dispensa di casa».

Qual è il suo personaggio?
«Nella piece la voce interpreta tanti tipi di giornalista. Guenda invece ha voluto che interpretassi io la voce, ma mettendomi in scena sul palco. Mandare a memoria la parte di questa ‘voce’ è stato faticosissimo, mi mette un’ansia tremenda e sto persino dimagrendo. La cosa incredibile è che appena ho detto ‘torno al teatro’, in poche settimane mi sono arrivati altri tre copioni. Due li ho già accettati».

Come è avere la figlia come regista? Di solito accade il contrario...
«Infatti. Per esempio ho appena visto Gigi Proietti che fa il regista dello spettacolo con le figlie. Per quanto mi riguarda, è molto bello. Seguo pedissequamente quello che dice perché ho molta fiducia in lei. Devo smettere di pensare di essere sua madre, e restare solo un’attrice, e quindi rispettare il suo ruolo anche se non ho capito bene cosa ha in mente... Ogni tanto mi dice: ’mamma, tu qui sei Sant’Agostino...’, e io, ‘non me ne ero mica accorta...’ Mi aspettavo, dopo tutto quello che le ho fatto passare in questi anni, una vendetta peggiore. Invece non mi sgrida mai».

La piece è una critica alla tv del dolore e della cronaca nera. Cosa pensa di questo genere televisivo?
«Sono un po’ in difficoltà a interpretare la piece perché in realtà amo molto questo genere. Mi vedo “Quarto Grado”, “Terzo indizio”, “Chi l’ha visto”. Il primo di questi delitti che hanno appassionato l’opinione pubblica fu quello di Simonetta Cesaroni, io allora andavo in onda con Uno Mattina Estate. Noi per tutto il mese abbiamo parlato del caso. Il criminologo Francesco Bruno ha cominciato proprio da noi. Insomma quel delitto ci ha dato molto materiale, detto in modo cinico».

I processi mediatici sono molto popolari...
«Però c’è anche un altro aspetto: queste trasmissioni hanno cercato di dare una mano agli inquirenti. Nel delitto di Sarah Scazzi, per esempio, ricordo quando la cuginetta andava in tv e diceva ‘Cercate mia cugina, cercate mia cugina’, poi andava dalla D’Urso e piangeva. Ma guardando quelle immagini si capiva chiaramente che stava mentendo. La televisione serve anche a smascherare chi finge. E la tv d’inchiesta, come “Quarto Grado”, riesce ad aiutare gli inquirenti. A volta le indagini stagnano per mancanza di personale, di fondi, e i mezzi della tv possono sopperire e aiutare gli inquirenti».

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