Boondabash
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Milano, 15 marzo 2019 - Se Sanremo è “la Champion League della musica italiana”, come l’hanno definita ieri mattina i Boomdabash in redazione al Giorno, c’è da dire che loro ce l’hanno messa tutta per mettere il cuore dentro alle scarpe e arrivare in finale. Merito di “Per un milione”, delle sue fascinazioni reggae, della produzione di Takagi & Ketra, e di un momento in cui il vento sembra tirare decisamente in direzione della band salentina, ormai abituata ai piani alti delle classifiche nonostante quella punta di stupore che sembra ancora posarsi sulle parole dei due cantanti Biggie Bash e Payà, al secolo Angelo Rogoli e Paolo Pagano.

Soddisfatti di questo debutto al Festival?

«Eravamo molto emozionati, però il successo ci sta ripagando dei sacrifici fatti per arrivare sul quel palco. Il Festival è un tritacarne e ci aspettavamo quel tipo di stress. Diciamo che è stato pure un test per capire se riuscivamo a reggere tutta quella pressione».

Una scoperta?

«Ci aspettavamo che tra gli artisti in gara si sviluppassero delle dinamiche divisive, che ci fosse più rivalità. E invece, al di là della gara, fra noi c’è stata molta vicinanza».

Con chi avete legato di più?

«Con Nino D’Angelo, terrone come noi. Ma pure con Livio Cori, con Ignazio Boschetto de Il Volo, con Paola Turci e, naturalmente con la nostra “madre” artistica Loredana Bertè».

Voi che la conoscete bene, Loredana come ha preso il suo quarto posto?

«L’ha presa così. Siamo di parte, ma pensiamo che il podio l’avrebbe meritato. Aveva un brano bellissimo, a livello vocale ci ha asfaltati tutti, e ha messo nell’interpretazione tutta se stessa. Cosa potevi chiedergli di più? Certo che quest’anno la qualità era alta e, probabilmente, tutti i 24 brani in gara meritavano di stare su quel palco».

Così come l’edizione originale, pure la “Predator Edition” del vostro ultimo album “Barracuda” porta sulla copertina lo scheletro di un pesce spolpato. Perché?

«Perché le nostre reminiscenze punk ci hanno riportato alla mente le copertine degli Exploited che utilizzavano spesso l’immagine del teschio con la cresta. Nei Boomdabash la cresta ce l’ha Payà, mentre le ossa le abbiamo messe in copertina».

Avete collaborato con uno stuolo di artisti che va da Fedez a Fabri Fibra, dagli Otto Ohm alla Bertè, chi vi ha lasciato di più?

«Tutti ci hanno lasciato qualcosa. L’incontro con Alessandra Amoroso, ad esempio, è stato sorprendente; ci aspettavamo una star e invece, quando è venuta in studio, la prima cosa che ha fatto è stata quella di preparare il caffè».

Come prologo del tour estivo, il 9 maggio organizzate all’Alcatraz Boomdabash & Friends. Fra gli ospiti si parla di J-Ax, Clementino, Rocco Hunt, la Bertè…

«Non ci possiamo ancora sbilanciare, ma basta buttare un occhio alla lista delle nostre collaborazioni per avere un’idea degli amici a cui abbiamo diramato l’invito. Festeggiamo quindici anni di Boomdabash e vogliamo farlo bene. Potendo sognare, sarebbe bello avere Zucchero e Damien Marley, il figlio del grande Bob».