violenza sulle donne
violenza sulle donne

Milano, 9 aprile - L’identikit dell’uomo che maltratta le donne? Per lo più italiano come la sua vittima, giovane, violento tra le mura di casa, spesso incensurato ma con qualche problema di dipendenza, alcol o droga per lo più. Due volte su tre a fare le spese dei suoi abusi è la donna con cui vive. E lui non si fa scrupoli, in molti casi, a maltrattarla anche sotto gli occhi dei figli. Il dramma è che in metà di questi episodi la vittima non si rivolge alle forze dell’ordine, non va a farsi medicare in ospedale e solo raramente entra in un centro anti-violenza. Non è rassicurante la fotografia di quanto avviene in certe famiglie stando all’analisi di 251 sentenze penali di primo grado depositate tra settembre 2018 e agosto ’19 nei tribunali di Milano, Pavia e Busto Arsizio. Su iniziativa dell’Ordine degli avvocati di Milano e Regione Lombardia, le ha analizzate un gruppo di lavoro che comprende avvocati, magistrati e docenti universitari. Gli imputati di questi processi dovevano rispondere di almeno uno tra i reati di maltrattamenti (è quello prevalente), violenza sessuale o stalking. Lo studio non può avere valore statistico ma offre uno spaccato preciso della realtà lombarda.

Nell’anno considerato, a processo in due casi su tre sono finiti cittadini italiani come italiane sono le loro vittime. Rispetto all’anno prima, la proporzione è in salita, mentre è leggermente in discesa l’età dei protagonisti, sotto i 35 anni, e tra chi subisce c’è anche un 8% di ragazze ancora più giovani, che non arrivano ai 25. Sono dinamiche che si sviluppano per lo più tra conviventi, molto spesso con figli. Più rari i maltrattamenti tra ex e quelli tra semplici partner. L’uomo violento spesso non ha un lavoro e ogni tanto abusa con gli alcolici. Talvolta questo suo modo di agire violento spinge la donna ad interrompere la relazione, ma non è la maggior parte delle situazioni. Anzi, ci sono casi equivalenti in cui lei sopporta per un periodo lunghissimo, anche superiore ai cinque anni prima di decidersi a troncare o a denunciare. 

Del resto, l’analisi delle storie lombarde come emergono dalle sentenze dei tre tribunali rivela che la forze dell’ordine sono chiamate ad intervenire in meno della metà dei casi che poi finiscono davanti ai giudici, e che altrettanto spesso la vittima preferisce non andare al pronto soccorso. Ancora una minoranza del 24% le donne che ad un certo punto decidono di rivolgersi ad un centro antiviolenza. E quando queste storie arrivano finalmente a un poliziotto o a un magistrato, i tempi sono ancora troppo lunghi. Solo in un caso su sei le indagini si conlcudono entro i sei mesi. In media durano fra i due e i tre anni, in qualche caso per fortuna limite, anche di più. Un po’ più rapido resta il processo, che di solito richiede tra uno e due anni ma una volta su tre si esaurisce entro i sei mesi. Alla fine, più di una sentenza su due (il 55%) è di condanna: ma questo vuol dire anche che quasi un caso su due si chiude con assoluzione. Difficile pensare che la donna che affronta una denuncia e tutto quello che segue lo faccia inventandosi tutto quasi una volta su due. Le pene, quando vengono inflitte per maltrattamenti, restano sotto i due anni. Più alte, ovviamente, anche sopra i 4 anni, nei casi (più rari) di stalking e soprattutto di violenza sessuale.

In oltre la metà dei procedimenti, fra l’altro, le donne parti lese scelgono di non costituirsi parte civile, ma quando lo fa il risarcimento che ottengono oscilla per lo più tra i 5 e i 20 mila euro e una volta su tre supera quella cifra. "Rispetto all’analogo studio sull’anno precedente emerge che si è abbassata l’età dei proganisti, autori di reato e vittime", osserva Fabio Roia, presidente vicario del tribunale di Milano e grande esperienza di questo settore come inquirente e giudice. «Non è un segnale incoraggiante, dal punto di vista culturale ed educativo, per chi crede negli sforzi verso una maggiore sensibilità dei giovani sul ruolo della donna e sulla sua identità. E trovo ancora troppo lunghi i tempi di indagini e processi. C’è da sperare che la velocizzazione imposta dal “codice rosso“ per questo genere di reati possa contribuire ad accorciarli".