Milano - L'Italia tutta in zona bianca e senza mascherina obbligatoria all'aperto supera i 50 milioni di vaccini anti-Covid somministrati e conta quasi 18 milioni di persone immunizzate, il 33% della popolazione oltre i 12 anni. Prosegue così, il calo della curva epidemiologica: registrati 389 nuovi casi in 24 ore, con tasso di positività allo 0,5%, e 28 decessi. Giù ricoveri ordinari (-20) e terapie intensive (-5). Ma la variante Delta fa paura, soprattutto perchè stanno iniziando a spuntare focolai in alcune regioni italiane: secondo il report, la variante Delta — la cui prevalenza ufficiale era, a maggio, del 4,2% — è ora almeno al 16,8% (in Lombardia al 6%): una percentuale distante dalla variante Alfa (al 74,92%), ma in crescita rapidissima. In crescita è anche la variante Kappa, un sottotipo della Delta.  "E' verosimile ci costringerà a rimodulare il green pass, rilasciandolo dopo la seconda dose di vaccino", ha detto il sottosegretario Sileri. E c'è il rischio di nuove mini zone rosse. Ma cosa sappiamo di questa mutazione?

Covid, bollettino Italia e Lombardia del 28 giugno

Variante Delta

Covid, cosa sono le varianti?

Più il virus si replica e più si creano varianti. Qualsiasi virus, quando si moltiplica, porta con sé degli errori di "copiatura" nel proprio codice genetico. E, ovviaemnte, Sars-Cov-2 non è da meno. Dalla prima sequenza conosciuta e depositata ad inizio gennaio 2020 ad oggi sono moltissime le mutazioni che si sono andate a creare. Si tratta di un fenomeno del tutto naturale. Più il virus si moltiplica e più è soggetto ad errori. Sul fronte Sars-Cov-2 quando queste mutazioni si accumulano nel tempo o comunque quando si verificano alcune particolare condizioni (come l’infezione nelle persone immunocompromesse) può accadere che il virus cambi le proprie caratteristiche al punto tale da dare origine ad una variante virale rispetto al virus originale. Tra le tante, la Delta - identificata per la prima volta in India - risulta essere più contagiosa della alfa (quella inglese). Una caratteristica che sta portando ad una nuova ondata di contagi.  

Variante Delta, l'identikit

Tra le varianti ad oggi isolate quella che più ha destato preoccupazione è la variante alfa, isolata in Inghilterra nel mese di dicembre e diffusasi nel mondo intero nel giro di pochi mesi. A differenza di altre varianti, quella alfa si è diffusa ed è divenuta predominante grazie alla sua elevata contagiosità, di circa il 60% superiore rispetto a Sars-Cov-2 isolato in origine. Una caratteristica, quella della maggior contagiosità, che si è tradotta in un numero elevatissimo di contagi, ricoveri e decessi nei mesi invernali del 2021. A prendere il suo posto, però, ora, è la variante Delta, isolata in India e molto contagiosa. In Inghilterra è boom di nuovi casi e alcuni focolai sono già scoppiati in Italia. Secondo gli studi epidemiologici effettuati proprio in Inghilterra, la variante delta sembrerebbe essere più contagiosa della alfa almeno del 40-50%. Un virus dunque che si sta evolvendo verso una contagiosità massima. Alla base di questa maggiore contagiosità sembrerebbe esserci una particolare mutazione, P618R.

La variante Delta infetta il mondo: dall'Inghilterra all'Australia è boom di contagi

Focolaio variante Delta in Italia: le regioni colpite

Al momento sono tre le versioni attualmente più diffuse della variante Delta, finora presente in un centinaio di Paesi e indicata con la sigla B.1.617. Come tutte le varianti, anche la Delta accumula mutazioni con una relativa facilità, tanto che molto presto ha dato origine a una sorta di 'famiglia', i cui membri sono le tre versioni chiamate B.1.617.1, B.1.617.2 e B.1.617.3. Di queste la più diffusa è la B.1.617.2, considerata il 60% più efficace nel trasmettersi rispetto alla variante Alfa grazie ad alcune mutazioni, come la K417N, presente anche nelle varianti Gamma, la B.1.351 identificata per la prima volta in Brasile e nella Beta identificata in Sudafrica, e la E 484Q, presente anche nella variante Gamma. La variante B.1.617.2 adesso è a sua volta è mutata, sviluppando una nuova versione, indicata con la sigla B.1.617.2.1 o più semplicemente AY.1. È stata identificata in India, nell'Istituto di genomica e biologia integrativa (Igib) del Consiglio nazionale delle ricerche indiano, Csir. Secondo o ricercatori dell'Igib sarebbe già diffusa in alcuni Paesi e avrebbe caratteristiche la potrebbero renderla più resistente sia ai vaccini anti Covid, sia alle terapie basate sugli anticorpi. A darle queste proprietà sarebbe la mutazione K417N, presente anche nella variante Beta.

Perché è così veloce?

Ma perché la variante Delta è così veloce? Per la proteina Spike, che il virus usa per agganciarsi alle cellule umane e che è il principale bersaglio dei vaccini anti Covid-19. Le mutazioni in questa proteina danno alla variante un doppio vantaggio: da un lato si lega alle cellule umane in modo più efficiente, dall'altro "mascherano il riconoscimento del virus da parte del sistema immunitario", ha spiegato Ettore Domenico Capoluongo, ordinario di Biochimica clinica dell'Università Federico II di Napoli, principal investigator e membro della task Force Covid 19 del centro Ceinge-Biotecnologie avanzate.

Chi si ammala?

Poiché sono ancora molti i giovani non vaccinati, la variante Delta sta viaggiando attraverso le fasce più giovani della popolazione. A preoccupare sono anche le segnalazioni delle autorità sanitarie australiane, che hanno definito i contagi "spaventosamente rapidi", possibili cioè dopo un contatto di 5-10 secondi, sulla base delle riprese fatte dalle telecamere a circuito chiuso in un centro commerciale di Sydney. Il motivo per cui questo accada non è ancora chiaro e una delle ipotesi è che la variante Delta si replichi in modo molto più efficiente rispetto alla Alfa, producendo così un maggior numero di particelle del virus in circolazione nell'organismo (carica virale). Senza dubbio la variante Delta "ha una maggiore capacità di infettare le cellule dei polmoni, ma per trarre conclusioni servono statistiche molto grandi", rileva Capoluongo. Nei nuovi casi rientrano anche i vaccinati ma in attesa di ricevere la seconda dose. Un recente studio ha infatti dimostrato che l’efficacia contro la variante delta di una sola dose di Comirnaty e Vaxzevria si attesta intorno al 30%. Con le due dosi invece si ritorna a percentuali elevatissime.

I sintomi

Le mutazioni che mascherano la proteina Spike rendono difficile riconoscere la variante Delta ai test tradizionali e a rendere ancora più complicata la situazione ci sono i sintomi, comuni a molti altri disturbi come raffreddore, mal di stomaco, mal di testa, dolori delle articolazioni.  "I sintomi nei giovani sono più simili a un brutto raffreddore", ha spiegato Tim Spector, esperto del Zoe Covid Symptom, la piattaforma no-profit lanciata nel 2020 insieme all'applicazione per il supporto alla ricerca sul Covid. Dunque, i classici sintomi dell'infezione da Sars-CoV-2, cioè la febbre e la perdita dell'olfatto e del gusto, "sembrano meno diffusi". "Dall'inizio di maggio abbiamo analizzato i  sintomi più diffusi tra chi è stato contagiato dalla variante delta e non sono uguali a quelli di prima", osserva. "La febbre rimane abbastanza comune, ma la perdita dell'olfatto non compare più tra i primi 10 sintomi", ha precisato Spector.  "La variante delta funziona in modo leggermente diverso" e questo può creare dei problemi. "Le persone potrebbero pensare di avere un raffreddore e continuare una vita normale diffondendo il virus. E riteniamo che questo nuovo aspetto stia alimentando il problema". 

Variante Delta, quali sono i sintomi?

Sintomi della variante Delta

Quali 'armi' contro la variante?

Per gli esperti le armi per rallentare l'avanzata di queste varianti pericolose sono tre: accelerare il più possibile con le vaccinazioni per dare, con la seconda dose, una protezione più efficace alla maggior parte della popolazione; fare tanti test
per garantire il tracciamento
e ottenere il maggior numero di sequenze possibile: almeno il 5% dei casi positivi secondo Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e Centri Europei per il Controllo delle Malattie Ecdc), ma l'Italia arriva attualmente al 2,5%. Troppo poco per vincere la corsa contro il tempo imposta dalla variante Delta.

I vaccini funzionano?

Tuttavia i vaccini la riconoscono ancora e il sistema immunitario reagisce in modo più efficiente soprattutto dopo la seconda dose. "Dobbiamo essere certi che si faccia anche la seconda dose", ha infatti spiegato la direttrice esecutiva dell'Ema Emer Cooke. La variante Delta "sarà sempre più importante", in termini di diffusione, ha rilevato Cooke, ribadendo la fiducia nei vaccini come strumento di protezione. "I quattro vaccini che abbiamo autorizzato, vale a dire Pfizer BioNTech, Moderna, Astrazeneca e Johnson&Johnson sono tutti e quattro sicuri e efficaci", ha aggiunto la direttrice dell'Ema. Ecco perché la variante Delta è la più infettiva di tutte (per ora). "Con la seconda dose riusciamo ad avere una protezione", ha ribadito il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri. "I contagi riguardano prevalentemente coloro che non sono vaccinati o coloro che hanno ricevuto solamente la prima dose. "Coloro che ricevono la seconda dose e che prendono il virus, nella peggiore delle ipotesi, non sviluppano la malattia grave che poi ti porta in terapia intensiva. O meglio, le chances di avere una malattia grave che ti porta in terapia intensiva, sono estremamente basse". Mentre, Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute per l'emergenza coronavirus e docente di Igiene all'università Cattolica di Rom, ha sottolineato di "continuare a mantenere le cautele".

Variante Delta, il vaccino funziona? "Sì, con la seconda dose"

Nuovi test per riconoscerla

In Italia sono arrivati nuovi test che permettono di riconoscere la variante Delta del virusSarsCoV2 già a una prima analisi molecolare del campione di materiale biologico prelevato con il tampone. Erano attesi da tempo perché "servono nuovi criteri di analisi dei tamponi con un'alta carica virale per riuscire a individuare la variante Delta", ha detto il virologo Francesco Broccolo, dell'Università di Milano Bicocca e  direttore del laboratorio Cerba di Milano. Rispetto a quelli attualmente utilizzati per la diagnosi, i nuovi test non cercano le mutazioni nella proteina in cui queste si concentrano maggiormente, ossia la Spike utilizzata dal virus per invadere le cellule, ma cercano una mutazione chiamata N501Y, presente in tutte le principali varianti finora note tranne che nella Delta, in particolare la B.1.671.2, che è la più diffusa delle tre varianti identificate in India.