Le differenze tra i vaccini
Le differenze tra i vaccini

Milano - Da quando il 27 dicembre è partita la campagna vaccinale contro il Covid, in Italia sono state vaccinate 1.4 milioni di persone mentre oltre 2.900.000 hanno ricevuto almeno la prima dose. Rispettivamente si tratta del 2,32% e del 4,81% della popolazione, ben lontano dall'obiettivo del 70 per cento per poter immaginare un'immunità di gregge e poter dunque sperare in un ritorno alla normalità. Al momento sono tre i vaccini approvati dall'Ema e in uso in Italia: Pfizer-BioNTech, Moderna e AstraZeneca. Un quarto, quello della Johnson e Johnson, approvato dalla Food and Drug Administration americana, arriverà in Europa dopo l'imminente via libera dell'Ema, atteso in due settimane. 

Ma quali sono le differenze tra i vaccini? E perché si è fatta strada l'idea che uno sia meglio dell'altro? E ancora, potrebbe aver senso cambiare strategia e vaccinare la popolazione attiva, quella che gira e porta il virus, prima degli over80? Abbiamo rivolto queste e altre domande al dottor Antonio Clavenna, farmacologo, ricercatore dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano.

Antonio Clavenna

Dottor Clavenna, in cosa si distinguono i vaccini finora disponibili? 

"La differenza è nei due diversi approcci. Pfizer e Moderna usano molecole di Rna messaggero, che contengono, veicolate da nanoparticelle lipidiche, le informazioni necessarie per sintetizzare la proteina Spike, quella che il virus usa per agganciarsi alle cellule del nostro corpo. Producendo la proteina Spike si attiva la risposta immunitaria del nostro organismo. AstraZeneca, Johnson e Johnson e Sputnik, il vaccino russo, usano invece come vettore un virus innocuo per l'uomo per veicolare all'interno delle cellule il gene che produce la Spike. Cambia il veicolo, diciamo, ma l'effetto è lo stesso: produrre la proteina Spike, che viene riconosciuta dal sistema immunitario".

Ci sono però grosse differenze sulla gestione delle fiale.

"Quelli con vettore virale sono più facili da conservare, avendo bisogno di temperature da frigorifero, tra i 2 e gli 8 gradi. Quelli a Rna messaggero sono più complessi. Moderna richiede -20 gradi, Pfizer inizialmente aveva raccomandato -70, ma da qualche giorno ha aggiornato le informazioni, avendo svolto dei test che documentano la stabilità del vaccino a -20 gradi".

E da un punto di vista dell'efficacia?

"Dipende cosa si intende per efficacia. Se valutiamo l'insorgere della malattia con sintomi, AstraZeneca e Johnson e Johnson sono al 60 e 70 per cento, mentre Pfizer e Moderna sono al 95 per cento. Ma c'è da dire che AstraZeneca ha svolto degli studi che dimostrano che l'efficacia diventa maggiore se si ritarda la somministrazione della seconda dose a tre mesi. Questo, probabilmente, avviene perché usa un virus, seppure innocuo, che dunque probabilmente attiva la risposta immunitaria dell'organismo, rendendo meno efficace la seconda dose".

Ha ragione allora chi ritiene Astrazeneca un vaccino di serie B?

"In realtà se guardiamo all'efficacia in termini di riduzione del rischio di sviluppare le forme più gravi, di finire in Terapia intensiva o di morire, i dati disponibili documentano che tutti e tre i vaccini attualmente in uso e anche Johnson e Johnson hanno la stessa efficacia, intorno al 90, 95 per cento. Da un punto di vista della salute pubblica, quindi, tutti e tre sono efficaci perché riducono il rischio di intasare gli ospedali togliendo spazi e risorse per altre patologie".

E sul piano del contagio?

"Ancora non si sa quanto i vaccini possano proteggere dalle forme asintomatiche. Dai primi dati relativi alle campagne vaccinali avviate, sembrerebbe che i vaccini riescano a ridurre sensibilmente la contagiosità e questa è una buona notizia. Ovviamente AstraZeneca, essendo meno efficace sulle forme della malattia con sintomi, potrebbe avere meno capacità di interrompere la circolazione del virus. Questo sì, è un aspetto che si dovrà valutare più avanti, ma ora l'obiettivo principale resta quello di proteggere i più vulnerabili, che sono quelli che più spesso finiscono in ospedale. In quest'ottica tutti i vaccini vanno bene".

E per quanto riguarda Sputnik?

"C'è un recente studio pubblicato su Lancet sulla Fase 3 del vaccino russo che documenta una buona efficacia, paragonabile a quella dei vaccini a Rna messaggero, e anche una buona sicurezza. La vera complicazione, se vogliamo chiamarla così, riguarda la Russia e la sua volontà di sottoporre a Ema la richiesta di approvazione. In caso contrario, difficilmente si potrà usare Sputnik in Italia e in Europa, a meno di non voler forzare la mano ma indebolendo le istituzioni europee".

In questi giorni è emersa la tentazione di "forzare" i protocolli e favorire la somministrazione delle prime dosi a più persone possibili, ritardando le seconde dosi. Da un punto di vista scientifico è un azzardo inaccettabile o si può fare?

"Con AstraZeneca è già previsto di aspettare tre mesi tra la prima e la seconda dose. Sui vaccini a mRna non ci sono studi: è vero che già la prima dose sembra proteggere, ma non sappiamo cosa possa succedere senza la seconda dose. Il mio parere personale è che sia un azzardo che deve tenere conto di vari fattori. In primo luogo, quante dosi si hanno a disposizione? Se ne avessimo tante, in modo da coprire una grossa fetta di popolazione, almeno quella più fragile, e se l'organizzazione fosse da subito molto efficiente, potrebbe valere la pena percorrere questa strada, come in Gran Bretagna. Ma non ne abbiamo a abbastanza. E ancora, bisogna comunque porsi il problema della seconda dose: prima o poi va fatta, non si può correre il rischio di non avere più scorte per le seconde dosi. Quindi di per sé può essere una scelta utile, ma nelle condizioni attuali è difficile da attuare. Potrebbe essere valutata più avanti, se i dati del Regno Unito supportassero l'efficacia di questa strategia".

Ci sono altri vaccini che sembrano promettenti?

"Sembra di sì, quanto meno nella prevenzione delle forme più gravi. Penso per esempio a quello cinese prodotto da Sinopharm, che usa l'approccio tradizionale del virus inattivato. Sembra avere un'efficacia dell'80 per cento ma mancano studi pubblicati".

Dottor Clavenna, come finirà questa pandemia?

"Il mio parere personale è che se riuscissimo a vaccinare la parte più vulnerabile della popolazione per evitare il sovraccarico del sistema sanitario nazionale e ridurre le morti, potremmo già avere allentamenti delle restrizioni. Se poi davvero entro l'autunno riuscissimo a vaccinare almeno il 70 per cento della popolazione, potremmo avvicinarci a una situazione di normalità. Ma è ancora difficile capire quando finirà, non sappiamo ancora, per esempio, se dovremo vaccinarci tutti gli anni come con l'influenza".

C'è chi, forse stanco per le limitazioni che tutti viviamo da un anno, chiede che nelle vaccinazioni si dia priorità a chi lavora e si sposta, e non agli anziani. Sarebbe una strategia possibile?

"Al di là delle valutazioni etiche, vaccinare chi lavora significa avere una platea molto più ampia, i tempi si dilaterebbero ancora di più. Inoltre non sappiamo ancora quanto i vaccini frenino il contagio, quindi avremmo un virus che circola, i più anziani sempre a rischio di forme gravi e un sistema sanitario sempre in sofferenza. No, non è una strategia vincente".