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27 ago 2020
andrea gianni
Cronaca
27 ago 2020

"Siete solo dei poveracci africani": la legge della startup Oscar Green

Era il “metodo del terrore” alla Straberry di Cassina de’ Pecchi ora sotto sequestro per sfruttamento e altre violazioni

27 ago 2020
andrea gianni
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Guglielmo Stagno d’Alcontres
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Guglielmo Stagno d’Alcontres

Milano, 27 agosto 2020 - «Non c’era alcun tipo di rispetto nei miei confronti e nei confronti dei miei colleghi (...) usavano parole come negro, animali. Nessuno indossava la mascherina, non era rispettata nessuna distanza tra noi operai». È il racconto messo a verbale da un migrante originario della Sierra Leone, uno dei braccianti che ha scelto di rompere il silenzio sulle condizioni di lavoro alla StraBerry, l’azienda modello che a Cassina de’ Pecchi ha realizzato serre fotovoltaiche per coltivare fragole, mirtilli, lamponi e more, vendute anche sulle strade di Milano. 

Un progetto, premiato anche da Coldiretti, che però, dietro la facciata, nascondeva uno sfruttamento dei lavoratori emerso dall’inchiesta della Gdf coordinata dal pm Gianfranco Gallo, nella quale sono indagate 7 persone, tra cui il fondatore Guglielmo Stagno d’Alcontres, 32enne dalle nobili origini. Un centinaio di braccianti extracomunitari pagati 4.50 euro all’ora, sottoposti alla punizione del «ban lavorativo», pausa forzata e non retribuita, quando osavano protestare. Quello che lo stesso d’Alcontres, in una conversazione intercettata, definiva il «metodo del terrore» per soffocare rivendicazioni. «Con loro devi lavorare in maniera tribale – spiegava al suo interlocutore – tu devi fare il maschio dominante». Il fondatore era soprannominato dai braccianti il “Capo grande“, con potere assoluto su di loro. 

Sotto di lui c’era il “Capo piccolo“, Enrico Fadini, indagato. «Sono andato per la prima volta alla Cascina Pirola il 6 maggio 2020 – ha raccontato agli inquirenti il bracciante della Sierra Leone – il capo ci ha detto che dovevamo lavorare veloci e che se uno non lavorava veloce e bene lo avrebbero lasciato a casa in pausa. Per lavorare veloce il capo intendeva che ogni giorno bisognava raccogliere almeno 25 cassette, il minimo consentito». Venticinque cassette per una paga di 4.50 euro all’ora. Per il migrante il «ban lavorativo» scatta il 6 giugno. E a farlo scattare è la decisione di allontanarsi per pochi minuti dal campo, violando uno dei divieti, per andare a bere a una fontanella. L’uomo è finito sulla “lista nera“, e sarebbe stato costretto a firmare un foglio di dimissioni. Il «Grande Capo», si legge nella testimonianza agli atti dell’inchiesta, «ha iniziato a urlarmi in faccia che dovevo firmare la lettera, mi ha detto che siamo dei poveracci africani che non hanno niente e mi ha spintonato violentemente provando a buttarmi fuori dall’ufficio».

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