Milano – Il futuro (prossimo) della pandemia in Italia si scrive in questi giorni. L'accelerazione della campagna vaccinale resta il nodo cruciale per superare l'emergenza e ipotizzare un lento rientro alla socialità. "Il periodo che va da oggi a giugno sarà decisivo", spiega il professor Paolo Bonfanti, infettivologo dell'Università di Milano-Bicocca e direttore del reparto di Malattie infettive del San Gerardo di Monza.
Il professor Paolo Bonfanti

Perché vaccinarsi è così importante?

"In primo luogo la vaccinazione serve per non ammalarsi. In Israele e Gran Bretagna – realtà che sono avanti nella campagna vaccinale – si è visto che chi si vaccina non finisce in ospedale, evita di prendere Covid in forma grave. A Londra ad esempio in questi giorni si è raggiunto il traguardo degli "zero decessi". Inoltre, facendo riferimento all'esperienza di Israele, emerge con chiarezza che più persone sono vaccinate meno circola il virus. Chi è vaccinato, anche se contrae il virus, presenta una carica virale molto bassa: si tratta di persone che verosimilmente non sono in grado di contagiare".

Come deve comportarsi una persona già vaccinata? Quali regole deve seguire?

"Attualmente una persona vaccinata deve continuare a seguire tutte le misure di precauzione adottate dall'inizio dell'emergenza Covid: distanziamento, uso delle mascherine, corretta igiene delle mani. Il tema di recente è diventato oggetto di dibattito. A marzo, ad esempio, negli Stati Uniti il CDC (Centers for Disease Control and Prevention, ovvero un organismo di controllo che corrisponde all'Istituto Superiore di Sanità in Italia ndr ) ha emanato un documento che dice che le persone che hanno ultimato la somministrazione con la seconda dose possono incontrarsi tra di loro senza usare le mascherine".

Cosa potrebbe cambiare?

"Per ora – come detto - le indicazioni del nostro Ministero della Salute sono di proseguire con le normali misure di precauzione anche una volta vaccinati. Quando anche in Italia ci sarà una massa importante di vaccinati sarà possibile gradualmente pensare a regole diverse. Al momento questo non si può fare perché la percentuale di popolazione vaccinata non è ancora rilevante. Bisogna in primo luogo considerare che l'efficacia dei vaccini c'è ed è provata ma gli studi fino ad ora sono stati volti a verificare che il vaccino consenta di non sviluppare forme gravi della malattia. Ora ci serve accertare se possa impedire di contrarre virus (anche in forma asintomatica) e trasmetterlo".

"Solo quando ci sarà rilevante numero di vaccinati si potrà pensare a regole diverse"

Al momento in Italia sono somministrati i vaccini Pfizer, Moderna e Astrazeneca. Che copertura c'è tra la prima e la seconda dose?

"Ci sono prove da sperimentazione che già dopo 2/3 settimane dalla prima dose ci sia un certo grado di copertura. Con Astrazeneca la prima copertura dura fino a tre mesi, per questo si fa la seconda dose a questa distanza. Con Pfizer e Moderna la seconda somministrazione deve invece avvenire entro 21 e 28 giorni".

Chi ha fatto la seconda dose di vaccino deve effettuare un test sierologico per accertare di aver sviluppato gli anticorpi?

"Non è richiesto. Va ricordato che la stragrande maggioranza degli studi condotti ha dimostrato che gli anticorpi ci sono. La verifica con il test sierologico è un passaggio che avviene solo nell'ambito di studio ma in generale non c'è indicazione di farlo. No quindi al 'fai da te', anche perché non tutti i tipi di test sierologici tracciano gli anticorpi neutralizzanti, quindi c'è il rischio di avere risposte fuorvianti".

Anche chi ha avuto il Covid può fare il vaccino?

"Chi ha avuto il Covid può fare il vaccino, non c'è controindicazione"

Perché vaccinarsi se si ha già una "protezione naturale"?

"Il nodo cruciale al momento sta nelle tempistiche: non c'è certezza della durata della protezione per chi ha avuto il Covid. Il Ministero al momento dice che chi ha contratto il Covid può fare una singola somministrazione da effettuarsi a tre mesi di distanza dalla negativizzazione e possibilmente entro i sei mesi dalla guarigione".

C'è una percentuale di copertura vaccinale che potrebbe ragionevolmente essere presa come soglia per un graduale rientro alla normalità?

"L'immunità di gregge si raggiunge con il 70-80% della popolazione vaccinata. Questi calcoli sono però fatti senza tener conto della possibilità che possano insorgere nuove varianti e proprio per questo è necessario che la vaccinazione sia il più possibile rapida. Dove c'è stata una vaccinazione di massa si è visto lo svilupparsi di condizioni favorevoli già con il 40%-50% della popolazione vaccinata. In simili contesti è possibile valutare gradualmente una ripresa delle attività sociali".

La terza ondata ha visto abbassarsi la soglia d'età dei contagiati. I più giovani saranno però gli ultimi a essere vaccinati.

"È giusto mettere in sicurezza i più fragili, nessun Paese è partito dai giovani per la vaccinazione. Ma certamente si dovrà vaccinare tutti. Le case farmaceutiche hanno fatto partire sperimentazioni anche per la fascia tra i 12 e i 15 anni. Del resto va sottolineato che sotto i 30 anni il tasso di mortalità è vicino allo zero. E nei Paesi dove l'età media è più bassa, ad esempio, i decessi sono inferiori".

"Dobbiamo far tesoro degli errori fatti l'estate scorsa"

L'estate scorsa ha portato a una nuova esplosione dei contagi. Cosa accadrà quest'anno?

"Speriamo di aver imparato dagli errori del passato. L'estate scorsa ci trovavamo in una situazione di partenza estremamente favorevole perché avevamo alle spalle due mesi-due mesi e mezzo di lockdown vero, molto diverso dalla zona rossa attuale. Oggi si può parlare di importanti limitazioni e misure di contenimento ma non c'è un reale lockdown con le persone chiuse in casa, per intenderci. Purtroppo abbiamo buttato via quell'occasione. È difficile ipotizzare come andrà questa estate. Da un lato non riusciremo a porre un muro alla circolazione del virus come fatto l'anno scorso. Ma dall'altro, a differenza del 2020, ora abbiamo i vaccini. Il periodo che va da oggi a giugno sarà decisivo: l'obiettivo – non semplice – è arrivare al 50-60% della popolazione vaccinata. Se riuscissimo a fare ciò potremmo trovarci davanti una condizione favorevole, con la possibilità di spostarsi e fare viaggi. Ma dobbiamo anche dimostrare di aver fatto esperienza di quanto accaduto e non smettere di adottare comportamenti responsabili e orientati al contenimento del virus".

Il vaccino anti Covid diventerà come quello influenzale? Dovremo fare un richiamo ogni anno?

"Stiamo capendo la durata degli anticorpi. Bisogna capire quanto dura la copertura e l'effetto delle varianti, in particolare quella brasiliana, che in parte elude il sistema immunitario. Non è escluso che in futuro possa essere necessario – in particolare per le persone più a rischio – un richiamo. Ma va detto che una volta vaccinato un gran numero di persone credo che avremo comunque davanti un fenomeno diverso, non una epidemia con pesanti ripercussioni sul sistema ospedaliero e probabilmente ci sarà una malattia meno grave. Il Covid non sparirà, ma avremo davanti uno scenario diverso, anche grazie alla vaccinazione".