Milano, 14 giugno 2018 - Dura lex, sed lex: quattro reparti maternità lombardi chiuderanno perché non raggiungono lo standard di sicurezza di 500 parti l’anno. Sono i punti nascita di Angera (Varese), Oglio Po a Casalmaggiore in provincia di Cremona, Piario nell’alta Val Seriana e una tra le culle di Gravedona sul lago di Como e Chiavenna in provincia di Sondrio. La decisione non è presa ma potrebbe toccare alla seconda, data la vicinanza al punto nascita di Sondalo che s’è salvato, pur non raggiungendo il limite, perché il Ministero della Salute ha concesso la deroga chiesta dalla Regione a causa della posizione montana. Idem per Gravedona o Chiavenna, ma con l’obbligo di scegliere; negate le altre tre.

L’assessore al Welfare Giulio Gallera ha chiarito la situazione ieri presentando il Programma regionale di sviluppo della legislatura alla commissione Sanità insieme al dg del Welfare Luigi Cajazzo: la «riorganizzazione della rete» inizierà «dai punti nascita, che tra poche settimane affronteremo in maniera strutturata per eseguire le indicazioni nazionali, dato che il Ministero della Salute non ha accolto le nostre richieste di deroga». Ma anche a causa della penuria di ginecologi: tra «il tetto nazionale, non più accettabile, alle assunzioni» e «un’errata programmazione del numero chiuso nelle scuole di specializzazione, nel prossimo biennio ne perderemo il 20%». Il processo, assicura Gallera, sarà «graduale»: i suoi uffici lavorano per definire in una delibera, entro fine mese, un «modello di presa in carico» che gli ospedali dovranno garantire prima di chiudere le sale parto nei prossimi mesi.

«Ci saranno ostetriche del territorio e le donne saranno accompagnate prima e dopo il parto vicino a casa, ma per la nascita dovranno spostarsi dove potranno partorire in assoluta sicurezza. Le leggi nazionali si applicano, anche quando non le condividiamo. La Regione ha ricevuto dal Ministero un’ammonizione, occorre rispettare la norma per evitare riduzioni del fondo sanitario regionale». Cala così definitivamente in Lombardia la scure del DM 70, regolamento sugli standard dell’assistenza ospedaliera approvato nel 2015, ma la chiusura delle maternità sotto i 500 nati era stabilita da un accordo Stato-Regioni del 2010. Chiesta in primis dai medici, perché un reparto con casistiche così basse non garantisce competenze adeguate, ad esempio in situazioni d’emergenza. Da otto anni le piccole località tentano di procrastinarla tra pressing politici e sollevazioni di comitati: le mamme di Angera arrivarono ad occupare l’ospedale. E lì, ricorda il consigliere del Pd Samuele Astuti, l’ex governatore Roberto Maroni aveva promesso di risolvere facendo ruotare medici esperti da altri ospedali. Altre maternità si sono salvate riportando i parti sopra il limite: Broni e Stradella (Pavia) fondendosi tra loro, l’ospedale di Vigevano grazie a un accordo col Gruppo San Donato che ha chiuso la culla della clinica Beato Matteo.

«La Regione per anni ha rimandato le decisioni chiedendo deroghe - accusa il Pd con Astuti e Gian Antonio Girelli -. Il risultato è che oggi i territori vedranno chiudere i reparti da un giorno all’altro». «Va fatta un’attenta valutazione, la chiusura indiscriminata sotto i 500 parti è un errore che priverà le aree più svantaggiate di un servizio dovuto», protesta Marco Fumagalli dei 5 Stelle. Un ripensamento in zona Cesarini potrebbe arrivare dal Ministero, ora guidato dalla pentastellata Giulia Grillo. Il ministro grillino ai Rapporti col Parlamento Riccardo Fraccaro ieri ha assicurato che sul tema «il Governo lavorerà con il ministro della Sanità per studiare le soluzioni più opportune».