Phil Spector
Phil Spector

Milano, 17 gennaio 2021 - Phil Spector chi? Il produttore di “Imagine” e di “Unchained Melody” (il tema del film “Ghost”), dell’album “Let It Be”, ma prima ancora l’inventore del leggendario “Wall of Sound” che rivoluzionò la produzione discografica negli anni ‘60 e ‘70. Phil Spector, ebreo di origine russa, il più grande influencer musicale e giovanile del secondo dopoguerra, è morto a 81 anni per complicazioni da Covid. Scontava una lunga pena per l’omicidio della modella e attrice Lana Clarkson, trovata cadavere nella sua residenza nel 2003. Il soggetto giallo e noir del film scritto e diretto da David Mamet per la HBO, con Al Pacino nel ruolo del protagonista delle sue ossessioni, eccessi, droghe, agorafobia, gelosie fuori controllo e folle passione per le armi.

Aveva in effetti l’abitudine di sparare in studio con la pistola, accadde con Lennon e durante la registrazione di “Death of The Lady” di Leonard Cohen (1977), quando lo cacciò dallo studio, frequentato anche da Bob Dylan e Allen Ginsberg, minacciandolo con la sua arma da fuoco. Spector è Il Produttore del pop rock americano e non solo, il visionario costruttore di un muro di strumenti doppiati e triplicati, le chitarre, che suonavano all’unisono, con e come le classiche sezioni d’archi. Si ispirava a Wagner e lo portava a scelte radicali e contemporanee, contro le registrazioni multitraccia e la canalizzazione forzata in stereo. Preferiva produrre singoli da milioni di copie, nel pop, invece che album. Brian Wilson dei Beach Boys fu molto influenzato dalle sue idee e dal suo uso degli studi di registrazione, come il Motown e il Philly Sound sono figli delle sue intuizioni. L’etichetta Philles fu il suo marchio, fra Los Angeles e New York. Ci sono molti modi per raccontare la sua storia.

Il lungo rosario di artisti di enorme successo oggi dimenticati, gruppi femminili come The Crystals (“He’s a Rebel”, “Da Doo Ron Ron”) e The Ronettes (“By My Baby), che portavano la black music a un pubblico bianco. I Righteous Brothers di “Unchained Melody”, fino a Tina Turner e Ike Turner con “River Deep - Mountain High”. Phil costruisce una bara d’oro per la moglie reclusa in casa, Veronica Ronnie Bennett, recita in “Easy Rider”. Un cameo da ricco spacciatore. Ma è la collaborazione con John Lennon e Yoko Ono, i Beatles e George Harrison, a farci capire altre cose del suo genio disturbato dalla quotidianità. Phil Spector viene chiamato a Londra per produrre “Instant Karma!” di Lennon e poi “Let It Be”, “All Things Must Pass” di George e “Plastic Ono Band”.

In fondo era il genio speculare, dalla parte del pop rock, di George Martin, colto portatore di semi alieni, dal Barocco al Novecento. L’opposto del minimalista Paul delle pecore. Ma è al fianco di John e Yoko che Spector, anche il musicista, tira fuori la sua anima libera e avant garde, da “Power to the People”, l’addio politico al suo passato, a “Some Time in New York City”. Il suo manifesto, con il muro del suono degli Elephant’s Memory e degli Invisible Strings. Free rock da sballo. Spector ha collaborato con i migliori autori del suo tempo, Leiber e Stoller, Gerry Goffin e Carole King, Doc Pomus, era molto amico del comico Lenny Bruce e del grande giornalista di Rolling Stone Ralph Gleason. Finanziò un film di Bruce Lee. Anche l’incidente d’auto, da cui uscì miracolosamente illeso, non fu normale, con centinaia di punti sul volto e sulla nuca dopo ore in sala operatoria. Il suono delle tenebre.