In un momento in cui la discussione tra vax e no vax è sempre molto accesa e dopo l'esplicito invito a vaccinarsi fatto nei giorni scorsi dal premier Draghi, un altro fronte che si apre nella discussione sui vaccini anti Covid riguarda l'inoculazione della seconda dose che, pur offrendo una certa protezione contro il patogeno pandemico, appare decisamente poco efficace contro la variante Delta, principale fonte dell'ultima ondata di contagi. E' importante precisare che una sola dose di AstraZeneca e Pfizer, ad esempio, protegge attorno al 30 percento contro la variante in questione, mentre con la secondala protezione  risulta decisamente maggiore e praticamente totale contro la forma grave del COVID-19 e azzera il rischio di morte. Già questo dettaglio potrebbe essere un ottimo incentivo a completare il ciclo vaccinale per gli indecisi, ma un nuovo studio mostra che la seconda dose di un vaccino Covid a RNA messaggero, nel caso specifico quello di Pfizer/BioNTech, potenzia a tal punto il nostro sistema immunitario da permetterci di risultare protetti anche da altri agenti patogeni.

A dimostrazione di questo (e quindi dell'estrema importanza di fare il richiamo del vaccino) giunge una ricerca messa a punto da un gruppo di scienziati americani della Scuola di Medicina dell'Università di Stanford, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi dello Yerkes National Primate Research Center di Atlanta, della Divisione di malattie infettive del Cincinnati Children's Hospital Medical Center e di altri istituti statunitensi. Gli scienziati, coordinati dal professor Bali Pulendran, docente presso il Dipartimento di Patologia dell'ateneo di Stanford, hanno analizzato il sangue di 56 volontari sani, tutti sottoposti alla vaccinazione anti Covid con un farmaco messo a punto dal colosso farmaceutico americano Pfizer e dalla società di biotecnologie tedesca BioNTech. La ricerca si basa sul fatto che i vaccini a mRNA sono stati una novità assoluta, provati per la prima volta sull'uomo proprio per combattere il SARS-CoV-2. Gli scienziati americani volevano proprio verificare in che modo stimolassero il nostro sistema immunitario; e per questo hanno prelevato campioni di sangue a più riprese nei volontari, sia dopo la prima che dopo la seconda dose, scoprendo interessanti dati e informazioni.

La prima e più evidente risultanza dello studio ha mostrato molto chiaramente che la seconda dose ha indotto una produzione di anticorpi molto maggiore rispetto alla prima, potenziando la cosiddetta immunità umorale o anticorpale. Come specificato dal professor Pulendran in un comunicato stampa, non solo il richiamo vaccinale ha stimolato un aumento multiplo dei livelli di anticorpi, ma ha anche determinato una “straordinaria risposta delle cellule T che era assente dopo la sola prima dose e una risposta immunitaria innata notevolmente migliorata”. Le cellule T, lo ricordiamo fanno parte della cosiddetta “risposta cellulare” del sistema immunitario che, a differenza di quella anticorpale che va a caccia direttamente delle particelle virali, si basa su un esercito di linfociti che cerca e distrugge all'interno dell'organismo le cellule già infettate dal viru, ripulendo completamente il nostro corpo dalle nuove, potenziali fabbriche di virus abbattendone drasticamente il rischio di moltiplicazione. Oltre a ciò (e questa è forse la parte più interessante di tutta la ricerca) gli scienziati hanno anche osservato il “risveglio” e la massiccia mobilitazione di un gruppo di cellule scoperte di recente che fanno parte della risposta innata del sistema immunitario e che normalmente sono “scarse e quiescenti”. Si tratta di peculiari monociti infiammatori rilevati per la prima volta nello studio “The single-cell epigenomic and transcriptional landscape of immunity to influenza vaccination”.

Prima della vaccinazione queste cellule rappresentavano normalmente soltanto lo 0,01 percento di tutte le cellule presenti nel sangue, ma dopo il richiamo sono aumentate di 100 volte diventando l'1 percento delle cellule del sangue circolanti. Poiché fanno parte del sistema immunitario innato, sono come sentinelle che avvertono per prime la presenza di un agente estraneo nell'organismo; pur non essendo effettivamente capaci di riconoscere la specificità del nemico, attivano precocemente tutte le altre risposte del sistema immunitario per combatterlo. I ricercatori statunitensi hanno anche spiegato che queste cellule si manifestano a malapena dopo la COVID-19, ma il vaccino di Pfizer è in grado di causare la loro attivazione. Sostanzialmente queste cellule attivate dal richiamo del vaccino, facendo parte del sistema immunitario innato, non proteggerebbero solo dal SARS-CoV-2, ma anche da altri eventuali agenti patogeni, creando un vero e proprio scudo pcontro diberse tipologie di virus nel nostro organismo. “Lo straordinario aumento della frequenza di queste cellule, appena un giorno dopo l'immunizzazione di richiamo, è sorprendente. È possibile che queste cellule siano in grado di organizzare un'azione di contenimento non solo contro SARS-CoV-2 ma anche contro altri virus”, ha concluso il professor Pulendran. I dettagli della ricerca “Systems vaccinology of the BNT162b2 mRNA vaccine in humans” sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Nature.