Como, 26 novembre 2020 - "Non siamo mai stati amici, anche se gli ho mandato gli auguri per i 60 anni mentre era in ospedale, con la speranza che fosse un po' più felice e in salute. Perché in fondo siamo stati tante volte avversari, anche se...". Claudio Gentile, difensore azzurro campione del mondo nel 1982 e colonna della Juventus negli anni 70' e 80' va controcorrente quando parla di Diego Maradona. "Gheddafi", come era soprannominato il difensore che all'epoca portava dei curiosi baffi, è stato uno dei pochissimi marcatori in grado di riuscire a fermare, con le buone e con le cattive, il Pibe de Oro. Oggi Gentile, dal suo buen ritiro sul lago di Como, pur riconoscendo le qualità del calciatore Maradona, ha qualcosa da ridire sulla sportività del campione stesso.

Il tutto risale all'estate del 1982, quando a Barcellona il terzino della Nazionale ingabbiò Dieguito spalancando agli azzurri le porte di una clamorosa e insperata vittoria che avrebbe poi condotto l'Italia verso il titolo di Campioni del Mondo: la verità è che non accettò la sconfitta, e non volle scambiare la maglia a fine partita. Non si fa, al Mondiale. Mi accusò di averlo picchiato, ma non era vero. Sia chiaro, parlo del giocatore, non giudico l'uomo Maradona. Ma se si va a guardare, alla fine, al di là del risultato sul campo io non sono mai stato espulso in carriera, lui sì: e proprio in quel Mondiale '82", ricorda Gentile.

Il duello in campo fu feroce. Scintille sin dai primi minuti, col ct Bearzot che aveva detto al suo miglior marcatore di seguire ovunque Diego e restargli incollato. Gentile rivela l'aneddoto: "Due giorni prima della sfida, mister Bearzot venne nella mia stanza e disse: prendi Maradona. Pensavo scherzasse, non era il mio tipo di marcatura, mi aspettavo di andare su Kempes. Ma invece il 'Vecio' non scherzava. Inizialmente cominciai a perdere il sonno, poi mi misi a studiare Diego. come mi aveva suggerito Bearzot. Avevo il videoregistratore in camera, prima di addormentarmi mi guardavo le sue partite del girone...però tutto questo riusciva anche  a caricarmi".

Dopo venne la partita: "Avevo una responsabilità enorme, sapevo che al primo errore non avrebbe perdonato. Certo, non fui un angioletto - ammette Gentile - falli ne feci durante la gara, come sempre nel calcio, ma senza mai picchiare. Sapevamo bene che Maradona era un giocatore praticamente immarcabile, con i piedi faceva quel che voleva, stupiva tutti all'improvviso inventandosi anche da fermo giocate imprevedibili. Per questo avevo capito che c'era solo un modo per fermarlo: mettersi sulla linea di passaggio e impedire che il pallone gli arrivasse: così feci, anticipandolo anche in maniera brusca, poi lui ogni volta che finiva per terra un po' drammatizzava. Ma quel metodo funzionò. Non bisognava farlo girare o permettergli di prendere palla. Infatti ad un certo punto i compagni non gli passavano il pallone, lui soffriva la marcatura a uomo e si innervosiva. Non era più se stesso".

Oltre quella sfida però c'è tanto altro. E Gentile riconosce i grandi meriti di Dieguito "Piccoli screzi a parte è stato il più grande di sempre, anche più di Pelè che però giocava un altro calcio. E anche di Messi, in due sono imparagonabili, basta pensare cosa ha rappresentato Diego per la nazionale del suo Paese e il popolo argentino. Per non parlare di quel che Maradona è stato per i tifosi del Napoli. Spero riposi in pace, anche se resta il rimpianto per non essere riuscito a scambiare la maglia dopo quell'Italia-Argentina. Riuscìì a battere anche Zico, e lui la maglia me la diede. Ma Diego quella sconfitta proprio non riuscì ad accettarla, probabilmente era certo di bissare il titolo vinto da Kempes e compagni nel '78. Ma non sapeva che avrei fatto di tutto per fermarlo, lo avevo studiato anche di notte..."