Stefano Binda
Stefano Binda

Varese, 21 febbraio 2018 - «Ci sono aspetti narcisistici, antisociali, che vengono catturati bene dalla definizione di psicopatia». Viaggio nella mente, nella personalità, nella vita di Stefano Binda, processato per l’omicidio di Lidia Macchi. A compierlo, davanti ai giudici della Corte d’assise di Varese, è lo psicopatologo forense Mario Mantero, chiamato dall’accusa come consulente psichiatra, che con Binda ha avuto quattro incontri in carcere. Una vita non solo segnata ma anche accompagnata dalla tossicodipendenza. Una doppia vita, divisa fra il mondo densamente morale di Comunione e Liberazione e quello squallido dell’acquisto in piazza degli stupefacenti. Una personalità a suo modo fascinosa, ma anche impregnata dalla convinzione della propria superiorità e alla fine anaffettiva, in fuga di fronte alla prospettiva di un rapporto sentimentale con una donna.

«La droga – dice il consulente – è risultata centrale. Inizia a diciassette anni. L’utilizzo è pesante: eroina, cocaina e hashish come sostanze complementari». Già nel 1987 il ventenne Binda utilizza l’eroina in vena due o tre volte la settimana. L’anno è importante. Il 5 gennaio Lidia Macchi viene massacrata con 29 coltellate. Binda ha sempre sostenuto la sua presenza, dall’1 al 6, a una vacanza di studio della Gioventù Studentesca a Pragelato. «È possibile - è la domanda del sostituto procuratore generale Gemma Gualdi - che Binda sia rimasto per una settimana, in piena quotidianità con gli altri ragazzi e sia riuscito a nascondere completamente questa sua tossicodipendenza». «Lo ritengo decisamente difficile», è la risposta. Un punto contestato dalla difesa. «In quella vacanza - chiede l’avvocato Patrizia Esposito - erano tutti così vicini, così abbracciati, da controllarsi l’un l’altro? E nelle altre vacanze cosa faceva Binda?. Troppe suggestioni». 

Droga compagna sinistra. In una perquisizione nella cella di Binda sono state trovate in un pacchetto di sigarette 45 compresse di un farmaco antinfiammatorio. Il detenuto lo assumeva per controllare il dolore necrotico al braccio. Il medicinale, secondo alcuni testi può essere utilizzato con effetti eccitanti, come la cocaina. Cl e la droga, due mondi incompatibili. «Binda - spega Mantero - nell’aderire a Cl gode di una consapevole posizione di vantaggio. Povero di mezzi di famiglia, è stato aiutato sostenuto, da persone di quell’ambiente. Non ho trovato una sola area dove non ci fosse una costante presenza di Cl, per l’alloggio universitario, la comunità, le cure, gli psichiatri». Il disturbo bordeline lo assimila, come caratteristiche cliniche generali, alle personalità affabili, piacenti, a tratti seducenti, loquaci. Doti a cui corrispondono scarsa relazione con gli altri, mancata empatia, senso di supremazia, capacità di influenzare, tendenza alla bugia, alla manipolazione dell’altro e a usarlo a propri fini. 

Testimone della giornata anche Bianca Maria Zaneletti, psichiatra bresciana che nel 1994 ebbe in cura Binda, e Lelio De Fina. Il nome di quest’ultimo, milanese, 54 anni, era stato fatto da Daniela Rotelli. Aveva raccontato che ai tempi dell’università era stata avvicinata da un ragazzo conosciuto solo come Lelio che si era vantato di essere l’assassino di Lidia Macchi. «Non ho mai conosciuto Daniela Rotelli - dice De Fina in aula -. Il nome non mi dice niente. Non ho mai detto quelle cose». Conosceva Lidia solo perché entrambi appartenevano al gruppo di Cl, così come Stefano Binda.