Sempre più donne costrette a scegliere tra famiglia e lavoro
Sempre più donne costrette a scegliere tra famiglia e lavoro

Milano, 29 giugno 2020 -  Part-time negato dal datore di lavoro, parenti che vivono a chilometri di distanza e non possono essere d’aiuto nella cura dei figli, una generale difficoltà nel "conciliare l’occupazione con le esigenze di cura della prole". Solo nel 2019, secondo l’ultimo rapporto dell’Ispettorato del lavoro sui provvedimenti di convalida delle dimissioni e risoluzioni consensuali di madri e padri, in Lombardia 7.544 neo-mamme e 3.561 neo-papà hanno rassegnato le dimissioni approfittando delle tutele, anche economiche, previste dalla legge. In molti casi una scelta obbligata, consensuale solo sulla carta soprattutto per le donne, perché terminata la maternità orari dilatati e condizioni di lavoro non sono compatibili con le esigenze del bimbo. Escono dal mondo del lavoro e, quando decideranno di rientrare, rischiano di trovarsi davanti barriere e un percorso a ostacoli.

Questa la situazione pre-coronavirus: l’emergenza sanitaria ha solo aggravato i problemi nei primi mesi del 2020, mentre i fattori cassa integrazione e smart working hanno disegnato scenari ancora da definire. "Con la chiusura delle aziende e il calo di lavoro molti genitori sono stati costretti a stare a casa - spiega Paola Mencarelli (nella foto) , responsabile Pari opportunità della Uil Milano e Lombardia - e quando finiranno i fondi per gli ammortizzatori sociali e verrà meno il blocco dei licenziamenti potrebbero crearsi problemi sociali enormi. Il telelavoro ha permesso di curare i figli in una situazione di emergenza, con le scuole chiuse, ma adesso chi non torna in ufficio rischia di rimanere penalizzato nella carriera".

I sindacati registrano ogni giorno il grido d’allarme delle donne, sulle quali "grava il peso della cura dei figli" e nella crisi economica rischiano di pagare il prezzo più salato anche in termini di futuri esuberi e contratti a termine non rinnovati già nel presente. 

«Per me il lavoro da casa ha solo comportato un aumento dei carichi – spiega Silvia, dipendente di una multinazionale, che chiede di essere indicata con un nome di fantasia – email e messaggi a tutte le ore, richieste di reperibilità anche fuori dagli orari d’ufficio. Sono separata e vivo con i miei figli, riuscire a far fronte alla situazione è davvero difficile". Ma la Lombardia è anche la regione d’Italia con il maggior numero di neo-papà che hanno scelto di dimettersi: 3.561 solo nel 2019, su 13.947 a livello nazionale (le neo-mamme sono 37.611). In alcuni casi gli uomini scelgono di restare a casa per dedicarsi alla cura dei figli ma per la maggior parte, a differenza delle donne, la scelta è legata a un cambio di lavoro.

Scavando sotto i numeri, emerge che la parità è ancora ben lontana. Segna una netta maggioranza maschile, infatti, il 35% dei casi complessivi di dimissioni motivate dal passaggio a un’altra azienda, quindi per un presumibile avanzamento di carriera. Così come, rovescio della medaglia, è quasi tutto al femminile il 35% dei casi di dimissioni in Italia con motivazioni legate alla difficoltà nel conciliare il lavoro con la cura dei figli. Tra questi casi, il 27% è motivato davanti all’Ispettorato con "l’assenza di parenti di supporto". Il 7% con "elevati costi di assistenza del neonato" e il 2% con il "mancato accoglimento al nido". "Per l’occupazione femminile Milano è stata finora un’isola felice - sottolinea Laura Specchio, presidente della commissione Lavoro di Palazzo Marino - sei donne su dieci lavorano, hanno possibilità di crescita professionale. Ora lo scenario è preoccupante. Basti pensare all’impatto su settori come turismo, servizi e commercio".