Lecco, 17 gennaio 2019 - Un ghiacciaio che boccheggia come un pesce fuori dall’acqua. Ricoperto da uno strato scuro di terriccio nero che non permette più alla neve di riflettere il sole, si scalda e si assottiglia fin quasi a scomparire, lasciando il posto a un lago. Sono le immagini realizzate di recente sul ghiacciaio Fellaria, in Valmalenco, dal Servizio glaciologico lombardo, a testimoniare la gravità della situazione climatica sulle Alpi. Grazie alle nuove tecnologie, attraverso la tecnica del “time lapse” (immagini velocizzate) e grazie a “webcam” sempre più performanti, purtroppo è possibile vivere quasi in diretta la tremenda agonia di un ghiacciaio.

L’approfondimento sullo stato di salute dei ghiacciai lombardi, ma anche sull’arretramento dei ghiacci nel mondo, è stato al centro di un confronto organizzato dal Cai Cassin di Lecco al quale hanno partecipato Davide Colombarolli e Giovanni Prandi del Servizio glaciologico lombardo e Fabio Baio, geologo, esperto di permafrost con al suo attivo sei spedizioni scientifiche in Antartide. Uno dei ricercatori di casa alla base Concordia sul plateau antartico. I dati raccolti di recente dai glaciologi sulle montagne lombarde non lasciano spazio all’ottimismo, sembra ormai un destino segnato. Il ghiacciaio Fellaria, che sta formando un grosso lago in Valmalenco, solo da giugno a ottobre del 2019, ha perso 6,45 metri di spessore. Il ghiacciaio Suretta, nella zona dello Spluga, ha perso 23 metri di spessore dal 2002 al 2018 e ogni anno ne perde in media 2 o 3.

«Come ghiacciaio campione lo stiamo perdendo», spiegano gli esperti del Servizio glaciologico lombardo. Il ghiacciaio del Mandrone, nelle giogaie dell’Adamello, ha perso 5,2 metri solo nel 2019. 55 metri scomparsi negli ultimi 14 anni. Il ghiacciaio del Trobio (nelle Orobie) dal 1935 al 2017 è passato da cento ettari a quasi il nulla, mentre il ghiacciaio Campo Nord Paradisin (Livigno), a cavallo dei tremila metri, dal 2007 al 2018 ha perso 29 metri di spessore; per non parlare di quello dei Forni, sempre in Alta Valtellina, che dall’era industriale a oggi è arretrato di 2 chilometri e 700 metri. «Quello del Pizzo Varuna in Valmalenco per noi è la dimostrazione di come un ghiacciaio sparisca. È ormai estinto, al catasto non esiste più - spiega Davide Colombarolli -. Dal 1860 in poi abbiamo perso il 50% dei ghiacciai di Lombardia. Di quello che rimane, nei prossimi decenni, vedremo sparire l’80%. Alcuni di questi sono dei relitti climatici e spariranno nei prossimi 3 o 4 decenni anche perché hanno quadruplicato la velocità con cui si sciolgono».

Sembra ormai segnato il destino dei ghiacciai di Lombardia. «Impossibile tornare indietro», spiegano i glaciologi. Alcuni di questi sono talmente compromessi che gli esperti del Servizio glaciologico lombardo per continuare i loro studi sul campo sono ora “costretti a migrare” in Sud America. «Se pensiamo che tutto ciò sta accadendo con un aumento di un grado nelle temperature medie (e precipitazioni sostanzialmente inalterate), figuriamoci quale sarà lo scenario con le prospettive che indicano un aumento della temperatura anche oltre i due gradi - spiega Davide Colombarolli, lecchese, uno degli esperti che perlustra i ghiacciai lombardi per il Servizio glaciologico - Molto probabilmente dovremo abituarci a un ambiente simile a quello dell’Appennino e dove ora incontriamo lingue di ghiaccio ci saranno delle targhe che ricorderanno il loro nome a chi avrà la sfortuna di non vedere dal vivo certe manifestazioni della natura». 

A rinfrescare la memoria di coloro per cui forse il cambiamento climatico potrebbe essere solo una “suggestione” ci pensa anche il geologo bergamasco Fabio Baio, esperto di permafrost e veterano degli studi in Antartide (il continente che custodisce il 91% del ghiaccio dolce del pianeta e dove quindi si stanno concentrando gli studi principali sui cambiamenti climatici). «Se qualcuno avesse ancora dei dubbi su quello che sta accadendo cito solo il clamoroso risultato di un recente studio effettuato in Antartide e che si chiama Progetto Epica - spiega -. Italiani e francesi hanno collezionato una pietra miliare nella storia degli studi sul clima. Attraverso una perforazione di 3.200 metri nella calotta che ricopre l’Antartide, attraverso l’esame delle bollicine d’aria rinchiuse nel ghiaccio, è stato possibile ricostruire il clima terrestre degli ultimi 800mila anni. Mettendo in evidenza che la CO2 si è mantenuta regolare per quasi un milione di anni fino all’era industriale. Da quel momento in poi è decollata fino ai livelli attuali». Baio però lascia spazio anche all’ottimismo. «Bisogna uscire dalla rassegnazione. Quando 25 anni fu scoperto il buco dell’ozono si trovò un rimedio e questo ha avuto efficacia. È possibile mettere un rimedio a questi problemi che sembrano insormontabili. La scienza ci ha insegnato che l’adattamento supera anche la fantasia».