Le sorelle Nadia ed Elena Fanchini
Le sorelle Nadia ed Elena Fanchini

Montecampione (Brescia), 5 dicembre 2018 - Fate una prova. Provate a toglierle le stagioni senza infortuni: ecco, da veterana del circuito la trasformerete direttamente in matricola. Elena Fanchini, classe ‘85, “capitana” ideale della squadra di famiglia protagonista nello sci mondiale (con le sorelle Nadia, 32 anni, vincente e sfortunata come lei, e Sabrina, 30, oggi allenatrice) è una donna abituata al dolore. Si rialzerà anche questa volta, già lo sappiamo. La forza interiore con cui ha sopportato ogni avversità nell’ultimo anno non può che farle onore. Alle compagne che venivano in processione a trovarla ripeteva, dal letto d’ospedale: «Ma sapete che non ho mica sentito male, eh? Peggio l’operazione alle ginocchia». Mentendo, perché i cicli di chemio non sono un passeggiata.

Dalla neoplasia di primo grado, superata, a una cartella clinica che non finisce più: frattura del piatto tibiale laterale, lesione capsulo-legamentosa laterale del legamento collaterale, frattura della testa del perone, frattura della base del primo metacarpo della mano sinistra, possibile lesione al legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. La storia di Elena è un calvario moderno, in equilibrio tra podi e bisturi; ma anche un inno alla speranza. Con Nord America e Italia nel destino: oltre Oceano ha ottenuto le gioie del podio e subìto l’ultimo drammatico infortunio; l’argento iridato (2005, Santa Caterina) e l’altro successo nel circuito (Cortina) sono invece made in Italy. Ci piace sognarla di nuovo in partenza, fra un anno, tra le sue amate Rocky Mountains, dove stupì il mondo oltre tre lustri fa. Lei, che in fondo non ha mai chiesto troppo al destino: solo, una vita in discesa.

Elena, ha visto sua sorella Nadia sfiorare il successo a Lake Louise?

«È stata bravissima e sfortunata. L’ho sentita sempre, prima e dopo le gare. Era un po’ demoralizzata al termine della prima discesa, perché senza quell’errore sul muro avrebbe potuto anche vincere. Nella seconda, inevitabilmente, ha ‘tenuto’ un po’ all’ingresso sullo stesso passaggio. Ma la vedo sciare bene e sono contenta. C’è un motivo: da tre anni non passava un’estate così tranquilla ed efficace sugli sci. Anche se sente ancora male al braccio operato. Infatti fa fatica a spingersi dal cancelletto. Ma ci siamo, da qui in avanti potrà solo crescere».

Come sta?

«Sono appena tornata a casa dall’ospedale. E vi dico: mi sono fatta male tante volte in carriera, ma quello subito a Copper Mountain è stato il più brutto infortunio di sempre. Non so nemmeno io tutto quello che mi sono rotta. La frattura al piatto tibiale della gamba sinistra è tosta: si è frammentato in mille pezzi. Operazione lunga, come mai in vita mia: quattro ore. Ma è andata bene. Ora mi aspetta un mese senza poter camminare: sedia a rotelle, stampelle in casa».

Il morale?

«A volte è dura, i momenti di sconforto ci sono. Vede, può sembrare strano, ma ho sofferto meno durante la ‘lotta al tumore’. Perché avevo sempre in testa l’obiettivo di tornare a sciare. E, a parte l’inizio, mi sono sempre allenata. Questo infortunio è un’altra cosa».

Cos’ha provato tornando a sciare?

«Da gennaio non pensavo ad altro. Credetemi, è stato come nascere un’altra volta. Il cuore mi scoppiava di gioia. Cinque giorni che non dimenticherò mai. E non sono scesa tanto per scendere, no. Mi sono allenata come le altre. Aria in faccia, velocità, adrenalina, salti. Tutto bellissimo. Dopo aver sconfitto il tumore, mi sono sentita un’altra. Poi, al quinto giorno ho fatto solo poche curve e... l’ennesima caduta. Ho ‘spigolato’ due volte: purtroppo la neve americana è così, ti prende dentro lo sci e non ti liberi più».

Futuro?

«Devo pensare a guarire e a guarire bene. Ho tanto tempo davanti, purtroppo... Penso di essere stata forte, durante i dieci mesi di lotta a ‘quella roba lì’. Adesso è più complicato, ma devo guardare solo a domani e basta. Le sensazioni che ho provato rimettendo gli sci ai piedi non si potranno mai cancellare. Per ora non prendo nessuna decisione, poi si vedrà».