Dislessia e disgrafia, boom di casi
Dislessia e disgrafia, boom di casi

Milano, 22 settembre 2019 - Aumentano anche quest’anno le certificazioni di disabilità: in Lombardia, ad oggi, sono tremila in più rispetto all’anno scorso, ma i numeri si aggiornano di continuo. E il sistema scuola anche quest’anno deve fare i conti con una carenza di insegnanti di sostegno specializzati - ne mancano 12mila solo a Milano - e con piani formativi sempre più personalizzati. Crescono i disturbi di apprendimento: dagli ultimi dati del ministero dell’Istruzione, suddivisi anche per tipologia, sono passati dallo 0,7% del 2010/2011 al 3,2% del 2017/2018. E le certificazioni si concentrano in misura maggiore nelle regioni del Nord-Ovest, dalla Valle d’Aosta e Liguria (col 5,1% di alunni con Dsa sul totale di alunni frequentanti) a Piemonte (4,8%) e Lombardia (4,7%). Percentuali più contenute - anche per minore presenza di centri di riferimento e servizi - in Calabria (0,8%), Campania (1%) e Sicilia (1,3%). Una scuola a due velocità anche su questo tema - con disomogeneità evidenti da una provincia all’altra - spesso impreparata al momento della diagnosi e, soprattutto, a una presa in carico delle diverse situazioni.  In Lombardia vengono registrate alcune diagnosi già all’infanzia (0,1%) - anche se da legge sono possibili dalla seconda elementare in su - e gli alunni con disturbi specifici dell’apprendimento rappresentano il 2,6% della popolazione scolastica alle primarie; salgono all’8,5% alle medie e sono il 7,4% alle superiori. Il disturbo più diffuso resta la dislessia (36,8% delle diagnosi), seguono disortografia (23,3%), discalculia (21%, ma con un 24% alle superiori) e disgrafia (19%). Sono numeri che fotografano realmente le fragilità dei nostri ragazzi? Come si spiega e si affronta questa situazione? Con l’aiuto di esperti, approfondiamo il tema. 

«Dislessia , discalculia, disgrafia sono etichette diagnostiche che vanno utilizzate opportunamente». Luisa Girelli, professoressa di psicobiologia e psicologia fisiologica all’Università di Milano-Bicocca, esperta in disturbi dell’apprendimento e difficoltà scolastiche, parte da una premessa: «Non stiamo parlando di una malattia infettiva, questi incrementi non riflettono cambiamenti epidemiologici ma di pratiche di alfabetizzazione, di sensibilizzazione e molto altro».

Il numero di alunni Dsa è costantemente cresciuto in Italia. Come lo si spiega?
«I dati non riflettono un incremento reale degli alunni con Dsa sa ma un incremento di alunni certificati. La legge 170, che tutela il percorso di studio di coloro che presentano un disturbo specifico dell’apprendimento, è stata promulgata solo nel 2010, la sua attuazione non poteva che portare ad un aumento progressivo del dato. Non dobbiamo però sottovalutare il cambiamento socio-culturale in atto, che riguarda sia le aspettative genitoriali sul percorso formativo dei figli sia le aspettative della società. Giusto che ci sia una maggiore sensibilizzazione di fragilità che, se identificate precocemente, possono essere soggette a potenziamento prevenendo fatiche all’avvio del percorso scolastico, ma l’eccessiva allerta comporta rischi, primo fra tutti la proliferazione di molti falsi positivi».

Dati da prendere con le pinze, quindi?
«Basti dire che nei dati pubblicati dal Miur viene riportato che, in Lombardia, 300 alunni hanno ricevuto una diagnosi di Dsa alla scuola dell’infanzia. È una dimostrazione della stortura del sistema: per definizione, e per normativa, in Italia la diagnosi di disturbo dell’apprendimento non può essere fatta prima del termine del secondo anno di primaria».

Emergono enormi discrepanze fra Nord e Sud e anche fra provincia e provincia.
«Una situazione che non ha nulla a che fare con la frequenza del disturbo in sé ma dipende da fattori
contestuali responsabili dell’allerta e del riconoscimento del disturbo. Ci sono province particolarmente attive sia per la presenza di scuole di formazione che di centri di riferimento che favoriscono una positiva sensibilizzazione che può però indurre a una proliferazione di diagnosi».

Crescono le diagnosi nelle scuole superiori. Perché?
«Spesso ricorrere a dei riconoscimenti tardivi sembra l’unica strada per ‘salvare il salvabile’, in un momento della crescita complesso, in cui il disagio scolastico diventa spesso campanello d’allarme su altro. Non è raro che la diagnosi di Dsa venga formulata a fronte di fatiche di natura molto diversa. Così si viene inseriti in un percorso protetto».

Non si corre il rischio di abbassare l’asticella?
«Questo aspetto non riguarda il percorso diagnostico ma la presa in carico anche nel caso in cui la diagnosi sia clinicamente appropriata. Un piano didattico personalizzato richiede una sinergia tra servizi, scuola e famiglia che non si realizza quasi mai. La famiglia vuole abbassare l’asticella per sollevare il figlio da anni di fatiche, di fallimenti e frustrazione. La scuola spesso è impreparata e sovraccarica: si ricorre a programmi precompilati, si lavora nel togliere, ridurre. Ma disabilitare non è la strada. Piuttosto richiedo un tempo diverso, penalizzo meno l’errore, promuovo un percorso improntato sulla valorizzazione e riconoscimento dei punti di forza di ciascuno».

Un consiglio alle famiglie?
«Serve la giusta misura, tra rispettare i tempi del bambino ed evitare un intervento tardivo. Purtroppo abbiamo prodotto una legge importante ma la sua attuazione richiede risorse che troppo spesso
non sono disponibili: i servizi, gli operatori, psicologi e neuropsichiatri, la scuola e gli insegnanti. Occorrono formazione e sincronie che al momento sono più l’eccezione che la regola». (1 - Continua)