Il disastro ferroviario di Pioltello
Il disastro ferroviario di Pioltello

Romano di Lombardia (Bergamo), 25 gennaio 2020 - Scoprire all’improvviso di avere accanto la paura come sinistra presenza quotidiana. Vederla riflessa negli occhi dei compagni di viaggio. Avvertire quella delle persone vicine. Scoprire, soprattutto, che dal 25 gennaio del 2018, è anche la tua vita ad essere cambiata. Elvezia Gamba è la portavoce del Comitato Pendolari di Romano di Lombardia. Abita a Bolgare e lavora in banca a Milano

Signora Gamba, cosa ricorda di quel giorno?
"Sul treno che è deragliato avrei dovuto esserci anch’io. Non era il mio solito treno. Di solito partivo prima, ma quella mattina mi ero alzata un po’ più tardi. Aspettavo il treno a Romano per poi scendere a Treviglio e prendere la coincidenza per Milano. In stazione a Romano ci hanno parlato di problemi sulla linea, niente del disastro. Il battage sull’accaduto c’è stato grazie ai gruppi di pendolari su Facebook. Sono partita in auto e ho viaggiato per tutto il tempo al cellulare con parenti, amici che chiedevano mie notizie. Non riuscivo a rispondere a tutti, così mi sono arrivati dei vocali strazianti da mie amiche. Ne ricordo uno: ‘Ti prego, rispondimi. Non mi stai rispondendo. Ho paura che tu sia su quel treno".
E da allora?
"Da allora ho paura ogni volta che salgo sul treno. Evito la prima carrozza, mi metto nell’ultima o in mezzo. Prima leggevo, ascoltavo la musica. Adesso basta musica: devo sentire tutti i rumori attorno a me. Qualche volta, la mattina, mi chiedo: ‘Stasera torno a casa o non ci torno?’. E pensare che fin da piccola il treno era il mio mezzo preferito. Ogni volta che mia mamma mi ci portava era una festa".
I suoi compagni di viaggio?
"Tante persone di Romano erano su quel treno. Faticano a parlarne, faticano a essere presenti alle commemorazioni. Hanno scelto il silenzio. C’è chi è subito risalito in treno. C’è chi ha cambiato lavoro per non fare più il viaggio a Milano. Non so come avrei reagito al loro posto. Non ero sul treno, eppure ho paura. E con la paura avverto il bisogno di sicurezza. Prima ci preoccupavamo dei ritardi, della pulizia. Adesso, per tutti, la sicurezza è la prima esigenza".
La sua famiglia?
"È cambiato qualcosa anche per i miei familiari. Se ritardo si preoccupano, mi chiama mia madre, mi chiama mio marito. L’altra sera ho ritardato un po’ e il bambino di dodici anni mi ha telefonato per chiedermi se andava tutto bene".
Che aspettative avete dalla inchiesta giudiziaria?
"Giustizia. Forse a questo mondo la giustizia non esiste. Ma se ci sono dei responsabili è giusto che paghino. Che si faccia luce e si faccia giustizia".
Cosa chiedono i pendolari?
"La sicurezza perché sappiamo che carrozze e infrastrutture non sono sicure. Anche la cronaca degli ultimi mesi ci parla di una carrozza che prende fuoco, di una barriera che non si abbassa, di un giunto che si rompe. Chiediamo più attenzione perché ci sentiamo un po’ abbandonati, un po’ considerati dei numeri. Non siamo numeri. Noi pendolari siamo un mondo, un bellissimo mondo, un microcosmo. Chiediamo rispetto per noi, il nostro tempo che è anche la nostra vita. Io mi alzo tutte le mattine alle cinque e un quarto. Potrei farlo più tardi, ma per presentarmi puntuale al lavoro devo mettere in conto i ritardi, i guasti. Alla commemorazione dello scorso anno l’ho detto al ministro Toninelli: ‘Ministro, non creda che sia così tutti i giorni così, con un treno caldo e pulito’ “. Mi piacerebbe che i potenti vivessero un po’ di più la realtà di noi pendolari".