Milano - Letizia Moratti, vicepresidente della Regione da gennaio, ha preso le redini dell'assessorato al Welfare all'inizio della campagna vaccinale che in questi giorni sta segnando il riscatto della Lombardia: la "locomotiva" pare tornata a correre dopo un anno difficilissimo, in cui la regione più popolata d'Italia si è trovata, per prima in Occidente, ad affrontare la pandemia. A inizio febbraio, la Regione richiamava Guido Bertolaso, un anno dopo l'ospedale in Fiera, a coordinare l'operazione di iniettare l'antiCovid a oltre dieci milioni di lombardi. All'inizio di marzo, due settimane dopo il debutto accidentato della piattaforma regionale di Aria per la vaccinazione degli ultraottantenni, Moratti annunciava il passaggio a Poste italiane che si è concretizzato all'inizio di aprile, risolvendo le magagne del sistema precedente. Gli ultimi numeri mostrano una Lombardia che gioca un ruolo fondamentale nella campagna nazionale: dal 26 aprile, quando il commissario all'emergenza Francesco Paolo Figliuolo ha iniziato a dare i target quotidiani d'iniezioni alla regioni, al 12 maggio la Lombardia ne ha fatte circa 164mila in più, compensando un delta italiano che senza questo extra sarebbe stato negativo per oltre 102mila. La Lombardia, soprattutto, ha rispettato l'indicazione di coprire prima le persone più fragili e a rischio: ad oggi il 99% degli ultraottantenni ha aderito alla campagna, quasi il 96%  ha avuto almeno un'iniezione-scudo e oltre l'87 per cento ha completato il ciclo vaccinale; al 12 maggio solo un settantenne su cinque (contro uno su quattro a livello nazionale) e un sessantenne su tre (contro la metà in Italia) non avevano ancora ricevuto una dose di vaccino.
 
Vicepresidente Moratti, la campagna vaccinale in Lombardia ha superato i problemi iniziali, i numeri dimostrano che è fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi nazionali. Quanto ha contato in questo il passaggio dal sistema Aria a quello di Poste e quanto l'aumento e una maggior certezza delle forniture che hanno consentito la programmazione delle aperture alle varie categorie?
"Sicuramente il passaggio informatico che ho voluto è stato fondamentale, direi decisivo per la praticità del sistema, la facilità con la quale le persone sono riuscite a prenotare il vaccino.  Abbiamo avuto un avvio complicato anche perché il piano del commissario Domenico Arcuri era di difficile attuazione dal punto di vista delle scelte, sugli "altri servizi essenziali" lasciava ampia discrezionalità alle Regioni".
Tutti i lavoratori si sentono "essenziali"...
"Questo è comprensibile, ma ora il piano del commissario Francesco Paolo Figliuolo è molto preciso, va per fasce d'età e patologie. C'è un'altra difficoltà che abbiamo scontato all'inizio e che invece, purtroppo, permane, perché riguarda la programmazione delle forniture di vaccino e non è un problema nazionale, ma europeo".
In Lombardia, oltre a un'adesione altissima alla vaccinazione, c'è un tasso di rifiuto di AstraZeneca molto più basso rispetto ad altre regioni italiane.
"Siamo intorno allo 0,5%".
Secondo lei da cosa dipende?
"Credo sia così basso perché il personale addetto all'anamnesi nei centri vaccinali si adopera con grande sensibilità e pazienza per fornire tutte le spiegazioni e le rassicurazioni che le persone chiedono. E anche se questo inizialmente ha portato ad allungare i tempi, si è rivelato fondamentale: la politica di trasmettere fiducia alle persone nei diversi vaccini sta dando i suoi risultati. C'è anche un effetto di "imitazione": i vaccinati riferiscono di non aver avuto problemi o effetti collaterali diversi da quelli che normalmente si attendono dopo un vaccino, è un passaparola che sta funzionando e riteniamo continuerà a consolidare la fiducia".
C'entra anche la voglia di ripartire?
"Certo: la Lombardia è stata la regione più colpita e colpita per prima dalla pandemia, tante persone hanno avuto lutti o malattie gravi in famiglia o nella cerchia delle proprie amicizie, e questo sicuramente influisce sulla voglia di vaccinarsi. Nel vaccino le persone vedono uno strumento per riprendere in mano la loro vita sociale e lavorativa".
Proprio per questo come Regione da tempo dite che servono più dosi di vaccino.
"Anche se giovedì supereremo i cinque milioni di somministrazioni, la quantità di vaccini è ancora un tema: siamo costretti a tenere una velocità più bassa di quella che potremmo avere. Abbiamo indicato molto chiaramente che partendo con la vaccinazione degli under 49, con 120 mila iniezioni al giorno potremmo chiudere la campagna il 10 luglio; con centomila somministrazioni al giorno il 30 luglio, se invece resteranno 85mila, come adesso, ci arriveremo il 30 agosto".
La Lombardia conta sul meccanismo di "compensazione" introdotto dal commissario nazionale "anticipando" le forniture alle regioni più veloci?
"Questo "anticipo", non redistribuzione, a tutte le regioni che rispettano il target non è ancora avvenuto in maniera sostanziale: ci auguriamo che ci sia, e ci auguriamo che il fatto che la Lombardia stia contribuendo in maniera significativa al raggiungimento degli obiettivi del piano nazionale possa essere tenuto in considerazione".
In questi mesi lei si è fatta promotrice di diverse istanze che sono state accolte a livello nazionale, come il prolungamento alla sesta settimana dell'intervallo tra la prima e la seconda dose dei vaccini a mRna.
"Abbiamo salutato con grande sollievo la decisione che il Ministero della salute e il Cts hanno preso. Già i primi di marzo avevamo presentato un parere scientifico a supporto di questa proposta, firmato dai professori Sergio Abrignani, Giuseppe Remuzzi, Andrea Gori e Paolo Antonio Grossi, che è stato confermato anche da studi molto recenti - uno è stato pubblicato su Lancet in questi giorni -, e anche l'Ema ha dato indicazioni in tal senso. Questa strategia ci consente, in un momento in cui le forniture sono scarse e senza inficiare l'efficacia della vaccinazioni, di dare una copertura a più persone, come hanno fatto altri paesi con risultati positivi soprattutto nel ridurre i decessi per Covid e la malattia grave".
L'effetto delle vaccinazioni inizia a vedersi anche in Lombardia.
"Da mesi non scendevamo sotto i 400 ricoverati per Covid in terapia intensiva. Questo effetto abbiamo iniziato a vederlo anche prima, con il crollo dei decessi nelle Rsa e poi dei contagi, che sono calati di 30 volte nelle zone in cui abbiamo effettuato la "vaccinazione reattiva" contro le varianti".
Sull'allungamento della validità della vaccinazione ai fini del green pass europeo è arrivata una risposta definitiva? Se non arriverà a breve, tra qualche settimana occorrerà ricominciare a vaccinare chi, come i sanitari, ha avuto l'iniezione in gennaio?
"Abbiamo avuto ampie rassicurazioni dal ministro Roberto Speranza che questo problema sarà affrontato e gestito prima del momento in cui dovrebbe scattare eventualmente una nuova vaccinazione per chi ha avuto la prima tra dicembre e febbraio. I dati sui vaccini si stanno consolidando, ed è chiaro e fisiologico che ci possano essere delle rimodulazioni nelle previsioni di copertura".
I centri massivi sono l'architrave della macchina lombarda da attualmente 85mila, ma potenzialmente oltre 144mila iniezioni quotidiane. Come si integreranno concretamente in questo sistema le vaccinazioni nelle aziende, quando arriveranno il semaforo verde dal commissario Figliuolo e le forniture per farle partire?
"Riteniamo che la nostra scelta sui centri massivi si sia rivelata giusta, per quello che ci garantiscono in termini di capacità delle linee vaccinali, funzionalità, sicurezza e garanzie di riservatezza, efficienza nella conservazione delle dosi e nella logistica. A fronte di questi punti di forza, quando il commissario darà il via libera la nostra idea è di offrire alle aziende un certo numero di linee dedicate all'interno dei centri massivi, ma anche di prevedere linee vaccinali all'interno di grandi insediamenti aziendali, magari con la possibilità di consorziarsi con le piccole e medie imprese".
Dopo aver garantito un primo ciclo vaccinale a tutti i lombardi, cosa succederà? Il coordinatore della campagna Guido Bertolaso ha detto che state già pensando a come organizzare l'autunno, per essere pronti a somministrare nuovi richiami se necessario: possiamo immaginare un futuro in cui l'antiCovid non si farà più nei centri massivi, ma al lavoro, dal medico di base, in ambulatorio o in farmacia?
"Stiamo iniziando a ragionare in questo senso, sicuramente su una campagna diversa nelle modalità: non più nei centri massivi, perché Palazzo delle Scintille, le Fiere e tutti i grandi spazi pubblici e privati che ci sono stati messi a disposizione saranno riconsegnati alle loro normali attività. Vogliamo mettere in campo azioni basate anche su una forte collaborazione con i medici di medicina generale e con le farmacie; stiamo già lavorando perché non vogliamo farci trovare impreparati nel momento in cui si decidesse la necessità di nuovi richiami. Ci saranno evoluzioni anche nei vaccini, probabilmente una semplificazione: la ricerca sta andando avanti in tutto il mondo per trovare gli strumenti per affrontare un'eventuale coda pandemica, in forme e intensità diverse, o anche nuove pandemie, alle quali non vogliamo essere impreparati".
Quando tutto è iniziato, un anno e tre mesi fa, si sarebbe mai aspettata che adesso avremmo potuto vaccinarci e iniziare a vedere la fine della pandemia?
"Era molto difficile all'epoca fare previsioni. Sapevo però, dai miei contatti con fondazioni internazionali, che soprattutto negli Stati Uniti sin dall'inizio si stava investendo in maniera estremamente significativa sui vaccini. Se si fossero seguite le modalità con le quali normalmente si producono li avremmo avuti probabilmente nel 2030, ed è grazie a scelte anche molto coraggiose che c'è stata quest'accelerazione e sono arrivati in tempi record".