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24 gen 2022

Covid, ecco perché Omicron potrebbe essere la fine della pandemia: i motivi

Quali sono i fattori che hanno indotto gli esperti dell'Oms a ritenere probabile una fine della pandemia in Europa dopo l'inverno? I dati e le analisi degli esperti

fabio lombardi
Cronaca

Milano, 24 gennaio 2022 - Ieri le parole del responsabile dell'Oms per l'Europa Hans Kluge secondo cui "la variante Omicron potrebbe rappresentare la fine della pandemia" di Covid-19 "in Europa". Affermazioni importanti visto che sino ad ora i rappresentanti dell'Organizzazione mondiale della Sanità raramente si erano lasciati andare ad affermazioni "ottimistiche" circa la fine della pandemia, anzi, anche nei momenti in cui i governi allentavano le misure di contenimento in concomitanza con bassi livelli di contagio, l'Oms aveva sempre sottolineato la necessità di non abbassare la guardia.

I motivi

Ma perché la variante Omicron potrebbe rappresentare la fine della pandemia? Quali sono i fattori che spingono l'Oms a fare un'affermazione di questo tipo?

Minor patogenicità di Omicron

Pare ormai evidente che la variante Omicron a fronte di una contagiosità molto più elevata presenti però una patogenicità (sviluppo di forme gravi) molto inferiore alle varianti precedenti come ad esempio la Delta. L'analisi del genoma della variante Omicron indica che la proteina Spike (S), utilizzata dal virus per agganciarsi alle cellule, non ha una struttura tale da facilitare il processo di fusione del virus con la cellula umana. Manca infatti la divisione in due sub-unità, presente nella variante Delta, che permetteva al virus di fondersi in modo efficiente con le cellule umane.

Altri test, condotti in Giappone sui criceti, indicano poi che la Omicron infetta meno i polmoni e si diffonde meno nelle loro cellule, con il risultato di essere meno patogenica sia della Delta, sia del ceppo originario del virus SarsCoV2. Secondo i ricercatori i dati suggeriscono che la struttura della proteina S e la sua attenuata capacità di fondersi con le cellule umane "sono strettamente associate alla patogenicità virale" e lasciano ipotizzare che la variante Omicron "si sia evoluta verso una maggiore trasmissibilità e una patogenicità attenuata". Indica la scarsa capacità della variante Omicron di fondersi all'interno delle cellule anche la ricerca coordinata dall'Università di Cambridge. Anche in questo caso si rileva che la struttura della proteina S della variante Omicron è tale da rendere meno efficiente il processo di fusione del virus all'interno delle cellule umane.

L'effetto vaccini

Seppur i vaccini attuali non preservino dall'infezione (come appare ormai anche empiricamente evidente) sono invece efficaci nella prevenzione delle forme gravi (in particolare le polmoniti bilaterali tipiche del Covid). "Gli studi delle autorità sanitarie britanniche stimano che se si sono fatte le prime due dosi con Pfizer la protezione dalla malattia sintomatica è intorno al 65% dopo 2-4 settimane dal richiamo Pfizer e al 75% circa se fatto con Moderna. Dopo 5-9 settimane si passa al 55% con il booster Pfizer e al 70% con Moderna, mentre a distanza di 10 settimane la protezione è intorno al 50% con un richiamo Pfizer. Ma la protezione contro l`ospedalizzazione per Omicron rimane molto alta", ha spiegato nei giorni scorsi Vittoria Colizza, direttrice del laboratorio EPIcx, faro del governo francese per tracciare le rotte della pandemia.

L'arrivo della primavera

Fra i fattori che possono indurre ottimismo c'è anche il fatto che l'Europa si avvii verso periodi più caldi. E' infatti plausibile che, come per le precedenti ondate, la circolazione del virus si attenui progressivamente con l'arrivo della primavera e poi dell'estate. Duplice è infatti il beneficio del caldo rispetto al Covid. In primis perché il caldo è un fattore che attenua la circolazione dei virus respiratori e poi perché con tempo migliore aumenta il tempo trascorso dalle persone all'aperto o in locali areati.

Delta e Omicron a confronto

La ricerca si distingue da molti studi effettuati fino a oggi sull'aggressività della variante Omicron che avevano confrontato l'andamento dell'infezione con la nuova variante rispetto a quanto avvenuto nelle ondate precedenti. In questo caso, lo studio ha messo a confronto due gruppi di pazienti americani ammalatisi a dicembre con Omicron e Delta, dopo aver discriminato le varianti tramite una tecnica definita dropout del gene S.

Complessivamente sono state analizzati i dati di 52.297 persone infettate con la variante Omicron e 16.982 con Delta. Sono stati ricoverati 235 pazienti con variante Omicron (0,5%) e 222 (1,3%) con variante Delta. Hanno avuto bisogno della terapia intensiva 7 pazienti che avevano contratto Omicron contro i 23 infettati da Delta; nessuno con Omicron ha avuto bisogno della ventilazione meccanica contro 11 ammalatisi con Delta. E' stato registrato un morto nei pazienti Omicron e 14 in quelli Delta. Infine, la durata del ricovero è risultata 3,4 giorni più breve con Omicron.

Gli esperti

"Fa bene l`Oms a definire plausibile la fine della pandemia in Europa. Questo potrebbe essere possibile grazie alla vaccinazione, alla minor patogenicità di Omicron e al termine dell`inverno. Se Omicron si confermasse dominante e duratura sarebbe una via verso la soluzione della pandemia, con una malattia diffusissima ma molto leggera, soprattutto negli immunizzati". Lo dice Guido Forni, professore emerito di Immunologia all`Università di Torino e accademico dei Lincei, in una intervista a La Stampa.

Attenzione a nuove mutazioni

Per l'esperto "non vanno però sottovalutate le mosse del virus, che ha mezzo mondo per provare a mutare ancora", mentre per quanto riguarda la quarta dose di vaccino, conclude Forni, "in assenza di mosse particolari del virus potrebbe bastare un richiamo annuale".

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