E' uno dei temi più dibattuti, soprattutto in questo periodo in cui grazie ai vaccini – e nonostante i ritardi che hanno segnato il percorso della campagna italiana d'immunizzazione – s'inizia a vedere uno spiraglio di luce nella battaglia contro il Covid-19. Quanto dura l'immunità? C'è differenza fra l'immunità che si ottiene dopo aver ricevuto il vaccino e quella che “protegge” chi è stato già colpito dal virus? Come funzionano gli anticorpi? E chi è stato vaccinato può ancora ammalarsi o infettare?

Uno studio da poco pubblicato sulla rivista “The Lancet” ha dato una risposta precisa e argomentata alla domanda sulla protezione. L'immunità al Covid-19 può durare almeno 9 mesi, anche in caso di infezione asintomatica. Un'ottima notizia in chiave vaccinazioni, come si legge sul sito della Fondazione Veronesi. “Se la durata fosse confermata”, si legge in un articolo dedicato al tema, “l'immunità indotta dai vaccini potrebbe valere addirittura da un anno all'altro”. 

Quanto dura la protezione?

L'articolo pubblicato su “The Lancet” è il resoconto di uno studio condotto a Wuhan, in Cina, primo epicentro dell'epidemia, sviluppatasi qui alla fine del 2020. Dalle analisi effettuate nel corso di questi esperimenti è emerso che gli anticorpi resistono a 9 mesi dall'infezione. Una “durata” che prescinde dalla gravità della malattia. Il dato più incoraggiante, riporta ancora il sito della Fondazione Veronesi nell'articolo che commenta i risultati dello studio, “non è tanto quello della presenza degli anticorpi neutralizzanti quanto la quantità riscontrata”. In tutti i casi analizzati, infatti, erano presenti quantità ben superiori al limite minimo sotto il quale si perde la capacità di sconfiggere il virus. E la somministrazione del vaccino rappresenta una protezione in in più. L'antidoto, infatti, “può generare una risposta più robusta, in termini di produzione di anticorpi, rispetto alla malattia”. Ed è per questo che lo schermo del vaccino, di qualunque azienda esso sia, potrebbe durare almeno un anno. Anche l'Agenzia italiana del farmaco, l'Aifa, lo chiarisce sul suo sito, nella sezione dedicata alle domande e risposte sui vaccini, pur con una formula dubitativa, che si basa sulle conoscenze pregresse. “La durata della protezione non è ancora definita con certezza – si legge - perché il periodo di osservazione è stato necessariamente di pochi mesi, ma le conoscenze sugli altri tipi di coronavirus indicano che la protezione dovrebbe essere di almeno 9-12 mesi”.

Come si produce l'immunità?

La reazione immunitaria del nostro corpo all'incontro con un agente esterno potenzialmente dannoso, virus o altro agente patogeno, si compone di due fasi. Una è presente già alla nascita. Un'altra, più specifica, è diretta precisamente contro il “nemico” esterno. Questa risposta, si legge sempre nell'articolo della Fondazione Veronesi, “è mediata da due tipi di cellule: i linfociti B e i linfociti T. I primi sono i responsabili della produzione di anticorpi, i secondi della risposta cellulare al virus”, avendo il compito di riconoscere le cellule infettate dal virus. E' così che, in seguito all'infezione o alla vaccinazione, si creano specifiche cellule della memoria in grado di attivarsi in caso di incontro con il patogeno.

Dovremo vaccinarci ogni anno?

Con il coronavirus, è l'opinione degli specialisti, dovremo imparare a convivere.  Il virus, in questo anno e mezzo di corsa, si è diffuso e radicato in tutte le parti del mondo. Continueranno a emergere varianti – l'ultima registrata è quella giapponese – che gli scienziati avranno il compito di analizzare e sequenziare. La campagna vaccinale in corso, per quanto rappresenti il maggiore sforzo in questo campo mai realizzato nella storia dell'umanità, non dovrebbe bastare per sconfiggerlo definitivamente.

Il virus, quindi, potrà diventare endemico, come le normali influenze. E la speranza è che si trasformi in qualcosa di molto simile all'influenza anche per quanto riguarda il tasso di letalità. E come ci difenderemo dal Covid-19 una volta che sarà diventato endemico? Semplice, vaccinandoci. L'intervallo di tempo fra una somministrazione e l'altra – al netto dei richiami – dipenderà dalla durata della protezione garantita dal vaccino. Se quindi la prima “protezione” dovesse durare un anno, come sembra, ecco che dovremo abituarci a un appuntamento annuale con l'iniezione anti-Covid. Nella speranza che i preparati elaborati dalle varie aziende, quelli già in uso e quelli che saranno approvati in futuro dall'Ema, progrediscano in modo da diventare sempre più efficaci, anche contro le nuove varianti che dovessero emergere.

Chi è vaccinato può infettare?

La risposta sta nelle analisi sull'efficacia dei vaccini. Ci viene in aiuto ancora il sito della Fondazione Veronesi, attraverso Sergio Abrignani, professore ordinario di Patologia generale all’università Statale di Milano. Si sa che i vaccini attualmente disponibili garantiscono un tasso di protezione per quanto riguarda le forme d'infezione normale che va dal 60% (AstraZeneca) a oltre il 90% nel caso degli antidoti di Pfizer-Biontech e Moderna, passando per il monodose Johnson & Johnson, in arrivo ad aprile, che si attesta sul 72%. Nessuno, quindi, può al momento garantire uno “schermo” totale. “Questo vuol dire – argomenta il docente - che, anche dopo la doppia vaccinazione, c'è una quota di persone che può ammalarsi, una volta entrata in contatto con il virus. Non è una certezza, ma una probabilità, che può riguardare all'incirca il 10 per cento di coloro che sono stati immunizzati con un vaccino a mRna e una quota compresa tra il 30 e il 40 per cento delle persone che avranno ricevuto la doppia dose del vaccino sviluppato da AstraZeneca”.

Questo non vuol dire, ovviamente, che l'efficacia dei vaccini sia in dubbio. Ma allo stesso tempo, data la possibilità di infettare (e infettarsi), anche dopo il vaccino, non si devono assolutamente abbandonare le precauzioni anti-coronavirus che abbiamo imparato a conoscere. Nemmeno dopo aver ricevuto l'antidoto. Resta obbligatorio, quindi, l'utilizzo della mascherina (e il suo cambio frequente), il distanziamento di almeno un metro dalle altre persone e il lavaggio frequente delle mani.