Covid
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Pavia, 9 aprile - Che un'alimentazione corretta e soprattutto un adeguato apporto di vitamina D potesse giocare un ruolo nel ridurre la possibilità di contagio da Covid e nel miglioramento della risposta immunitaria è già accertato. Quello che ora emerge è che una nutrizione adeguata può fare la differenza tra la vita e la morte per i malati di Covid-19 ricoverati in terapia intensiva. Uno studio italiano, condotto durante la prima ondata su 222 pazienti tra Policlinico San Matteo di Pavia e Policlinico di Milano, dimostra infatti che "un adeguato supporto nutrizionale nei primi 4 giorni di ricovero può ridurre il numero dei decessi". Il lavoro, pubblicato su 'Clinical Nutrition', viene presentato dai due Irccs lombardi come "il primo di questo genere nei pazienti Covid nella letteratura internazionale". L'obiettivo degli autori, un gruppo di clinici e di ricercatori dei policlinici milanese e pavese, era "verificare la  relazione tra l'apporto nutrizionale e l'outcome clinico, prendendo in considerazione anche fattori diversi, come ad esempio l'obesità".

La ricerca ha coinvolto malati di Covid-19 ricoverati nelle terapie intensive dei due centri ospedalieri, tutti in assistenza respiratoria. Gli studiosi hanno osservato che "chi ha potuto ricevere entro i primi 4 giorni di ricovero un supporto nutrizionale, principalmente per via enterale, adeguato ai fabbisogni calorici stimati, ha evidenziato una minore mortalità". I risultati hanno inoltre confermato che "l'obesità moderata è associata a un più alto rischio di mortalità, mentre quella grave sembra comportare anche un significativo ritardo nello svezzamento dalla ventilazione artificiale invasiva".

"Adottare una terapia nutrizionale ad hoc per i pazienti affetti da Covid-19 sottoposti a ventilazione meccanica invasiva, il più possibile in linea con le raccomandazioni delle società scientifiche internazionali, risulta essere un elemento di fondamentale importanza per la riduzione della mortalità e il miglioramento dei risultati clinici", raccomandano i ricercatori. "Garantire un adeguato supporto nutrizionale ai pazienti in terapia intensiva è, ancor oggi, spesso problematico a causa della severità delle condizioni cliniche e metaboliche dei pazienti ricoverati, a maggior ragione in una patologia complessa come il Covid-19" afferma Riccardo Caccialanza, direttore dell'Unità operativa complessa di Nutrizione clinica del San Matteo, che si dice soddisfatto dei risultati ottenuti grazie alla collaborazione instaurata con il Policlinico di Milano e  auspica che prosegua per valutare l'efficacia di protocolli nutrizionali innovativi e finalizzati a migliorare sempre più la qualità delle cure. 

Giacomo Grasselli, responsabile Rianimazione e Terapia intensiva adulti presso la Fondazione Irccs Ca' Granda ospedale Maggiore di Milano sottolinea che lo studio aggiunge un "tassello importante alle nostre conoscenze sul trattamento dei pazienti con Covid-19. La nostra ricerca conferma che l'attenzione all'apporto nutrizionale è di fondamentale importanza nella gestione di tutti i pazienti critici. Per questo bisogna favorire il più possibile la collaborazione tra intensivisti e specialisti di nutrizione clinica, nell'ottica di una gestione  multidisciplinare e condivisa dei pazienti ricoverati in terapia intensiva".