Irama

Milano, 14 giugno 2018 - «Quante mi hanno messo sopra ogni ferita, qualche bastardo ci ha provato a rovinarmi la vita ma è grazie a queste persone che ancora non provo fatica. Guardami mamma, guardami come splendo, oggi mi sono risvegliato da qual sogno orrendo, non sento più rancore, non provo più rancore, ho dato tutto per un palco, solo un palco, questo palco che canta per me». Irama ha scritto e incastonato i suoi versi in «7 Years» di Lukas Graham. Come un diamante, in un gioiello di canzone. L’ha fatto come gli aveva suggerito Ermal Meta, uno dei giudici di Amici: «Tira fuori i diamanti che hai nello stomaco». 

L'ha fatto mettendoci dentro tutto se stesso. La famiglia, la musica che «è il mio ossigeno», le batoste, la forza e il coraggio di rimettersi in piedi. E «dimostrare anche alla mia famiglia che sto facendo qualcosa di vero e serio». Filippo Maria Fanti all’anagrafe monzese, in arte Irama e quel suo segno inconfondibile delle piume come orecchini, non guarda indietro, ora «questa è la mia vita. E spero di farlo per sempre». Come, del resto, da sempre l’ha immaginato. Fin da quando aveva 7 anni o giù di lì, «ho scritto la mia prima canzone ma poi l’ho stracciata». «Sono cresciuto con i grandi cantautori, Francesco Guccini e Fabrizio De Andrè», racconta senza ancora aver smaltito del tutto la «sbronza» per la vittoria all’edizione numero 17 del talent di Maria De Filippi.

«La canzone "Carlo Martello” di De Andrè per me era una storiella e me la ripetevo continuamente, come fosse anche una buonanotte - ricorda col sorriso -, solo da grandicello ho capito che, insomma, era un po’ sconcia». Ma quella era la colonna sonora della sua infanzia, prima di incontrare l’hip hop. Erano gli anni da ragazzino. Della compagnia di amici, «ci trovavamo sui gradini di una banca davanti al cinema Capitol. Ecco -  si confessa Irama -, quello per me è un posto magico. E' lì che s’è formato il nostro gruppo di amici, è lì che sono nati i primi pezzi, le esibizioni di freeestyle davanti ai passanti».

Le vasche in centro, sotto i portici del Comune, il Duomo «che è una delle cose più belle che abbiamo a Monza» oltre al Parco. Ecco, appunto, il Parco: «Vado lì a riflettere e a camminare». E fra poco, a 22 anni, ci tornerà anche per cantare. Ospite del Monza italian music awards. «Esibirmi nel "mio" Parco è il sogno di una vita - giura -. Farò di tutto per riuscire ad arrivarci. Già due anni fa, quando ho visto il concerto di Ligabue, me lo sono goduto con tutto me stesso e con un po’ di invidia». Perché al di là di Amici e degli impegni che, ora, riempiono le sue giornate e lo portano in giro per l’Italia, «Monza resta sempre nel mio cuore, è un posto speciale -  la dichiarazione d’amore di Irama -. C’è la mia famiglia, ci sono i miei amici che poi sono i miei primi sostenitori. Non ci sono nato ma qui sono cresciuto, qui ci sono tutti i miei ricordi». E poi, «Monza è una città bellissima, è il giusto compromesso tra città e campagna. Non hai lo stress della città e nemmeno la noia della campagna».

E' qui che ha mosso i suoi primi passi nella musica. Da autodidatta, strimpellando una chitarra ma trovando la sua strada nella scrittura, per raccontare se stesso, le sue emozioni, i suoi sentimenti. Mescolando il mondo del rap e quello della musica d’autore: «Questo sono io, alla continua ricerca di nuove contaminazioni, curioso per natura. Cerco sempre di dare tanti colori alla mia musica». Anche quandoè un periodo no. L’importante è «mettersi sempre in gioco, solo così puoi rialzarti - la filosofia di Irama -. Nella vita ci saranno infiniti alti e bassi, a volte ti fanno inciampare, a volte cadi da solo, ma quando ti rialzi, sei più forte». «Io ancora non sono nessuno, ho tantissimo da imparare - tiene i piedi per terra Filippo -. Ma non vorrei essere un’altra persona. Quanto al futuro, vorrei fare questo per tutta la vita». Il suo album «Plume» è già d’oro, «non vedo l’ora di iniziare i live che sono la cosa più bella che sia, poter stare in mezzo ai tuoi fan. E in testa ho già altra musica da scrivere».