Le regine degli europei e dei mondiali in Messico del ’71
Le regine degli europei e dei mondiali in Messico del ’71

Rivolta d'Adda (Cremona), 31 gennaio 2019 - Erano gli anni di Mazzola e Rivera, quelli delle parate di Albertosi. Gli anni delle radio a transistor incollate all’orecchio per ascoltare i risultati dagli altri campi. Era l’epoca del calcio in bianco e nero, che cominciava a tingersi di rosa. L’età della rivoluzione dei costumi del ‘68 cominciò anche dagli scarpini chiodati e dai campi da calcio di periferia. Minigonna e pallone, due volti dell’emancipazione. Calzoncini corti imbrattati di fango, le pioniere del calcio, le campionesse europee, le gladiatrici della Coppa del Mondo in Messico, a cavallo fra il 1968 e il 1971, sono diventate nonne. Quasi cinquant’anni dopo, in un incontro organizzato a sorpresa, si sono ritrovate. Un pranzo al ristorante, a Rivolta d’Adda, nel Cremasco. Trenta atlete, un allenatore e tanta voglia di ricordare. Molte di loro non si vedevano da quei tempi magici. Perché alla fine degli anni Sessanta il calcio era solo un mondo di maschi.

Oggi le squadre professionistiche hanno l’obbligo di avere una rosa al femminile, allora anche organizzare una trasferta era un problema: «Al lavoro non ci concedevano i permessi, quelli che ai nostri colleghi erano garantiti. Per i tornei all’estero usavamo le ferie, se ne avevamo», ricordano Daniela Paolino e Aurora Giubertoni, rispettivamente terzino dell’Ambrosiana e bomber che portò le azzurre sul tetto d’Europa. Solo alcune formazioni lungimiranti cominciarono proprio allora a promuovere lo sport fra le donne. «Le prime partite erano solo divertimento, solo passione. I genitori spesso non erano favorevoli, anche se poi diventavano i nostri primi tifosi». Campi di periferia, col prato spesso trasformato in un pantano, sulle gradinate – agli esordi – più curiosi che supporter. Solo uomini, a vedere lo spettacolo di donne in shorts e calzettoni. Negli anni, però, la rivoluzione ha attecchito. Le squadre si moltiplicarono. Nel ‘68, il primo scudetto del Genoa, in un epocale scontro con la Roma, sul campo di Pisa. Poi, l’Ambrosiana in Lombardia, la Rocchi, la Gommagomma, Torino, Piacenza.

Al tavolo spuntano le foto d’epoca. Le ragazze in divisa azzurra davanti alla cattedrale di Guadalajara, in Messico. E poi sui duri terreni di provincia, sporche di terra. Oggi sono delle signore. Un filo di trucco, qualche gioiello e una piega ordinata ai capelli, però, non cancellano la grinta. Anche per Mariella Pessina, ora in carrozzina, protagonista assoluta in porta. Nelle immagini scattate al pranzo è ancora lei a stringere in mano il pallone, con una presa salda. «Pochi soldi, tanta passione e un po’ di ribellione – elenca Daniela Paolino –. Ecco gli ingredienti di quegli anni in cui non contava il business. Io a 14 anni avevo le idee chiare. E ho vinto – racconta orgogliosa –, anche se in cortile ero il maschiaccio della zona... Anni dopo ho smesso, ho chiuso con l’ambiente, poi ho ritrovato le mie compagne...».