Padre Pier Luigi Maccalli al ritorno a casa
Padre Pier Luigi Maccalli al ritorno a casa

Madignano (Cremona), 21 ottobre 2020 - Il tempo passa e guarisce. Padre Pier Luigi Maccalli a due settimane dalla sua liberazione scopre la forza di parlare della sua prigioniaa, dei momenti difficili, delle promesse di liberazione fino al giorno in cui il ritorno a casa si è fatto realtà. 

Quali sono stati i momenti più difficili di questi due anni di prigionia?
"Un momento di grande sconforto è stato quando mi hanno messo le catene la prima volta la sera del 5 ottobre 2018. Terminato il trasferimento in moto che mi ha portato dal Niger in Burkina Faso e poi fino al Mali, quella sera si presentano con una catena poco più lunga di un metro e legano la mia caviglia a un alberello sotto il quale stavo all’ombra. Per 22 giorni sono rimasto incatenato in quel covo, giorno e notte. Mi slegavano solo per fare i bisogni fisiologici, ma accompagnato da due guardiani armati. Proprio in questa prova delle catene mi sono sentito in comunione con l’Apostolo Pietro. Adesso sei davvero figlio di San Pietro in Vincoli (patrono di Madignano): tale padre tale figlio!".

Ha mai temuto per la sua vita?

"Più i giorni passavano, meno temevo una conclusione drammatica anche se mi ero preparato a tutto. Solo una volta ho ricevuto una minaccia verbale esplicita, da parte di un mujaheddin che si era alterato con me per un’incomprensione. Ha minacciato di piantarmi una pallottola in fronte alla prima occasione propizia. Ero al nono mese di detenzione. Quell’episodio mi ha reso più guardingo e attento nel parlare".

Come sono avvenuti i passaggi degli ostaggi da una banda all’altra?
"I Peuls (o Fulani) che mi hanno rapito in Niger mi hanno portato in moto fino in Mali. Poi su pick-up i mujaheddin dell’etnia araba, mi hanno prelevato e trasferito nel deserto di sabbia e dune. Spesso abbiamo cambiato duna, specie quando sentivano “rumori” di droni. Da luglio 2019 invece sono stato portato nel Sahara di pietre e rocce e ci nascondevano (ero con altri due ostaggi italiani) nei "wadi", sotto gli alberi spinosi che vi si trovano. In questo terzo passaggio eravamo affidati alle cure dei tuareg. Eravamo a nord di Kidal (nord Mali) dove poi è avvenuta la nostra liberazione".

Ci sono stati momenti nei quali ha pensato che l’avrebbero liberata?
"Lo scorso 5 febbraio ci avevano dato una scadenza: ‘Entro una settimana, forse meno, sarete liberi’. Quel giorno abbiamo festeggiato e condiviso con i nostri guardiani biscotti e datteri, ma nulla è accaduto. Anche a luglio e agosto. Ci avevano fatto due video e detto che probabilmente entro 10 o 20 giorni saremmo partiti, ma fu un flop".

Quando tutto sarà finito, pensa che tornerà alla sua missione africana?
"Questi due anni sono stati scuola di presente. Il futuro appartiene a Dio e sarà come Dio vorrà, mash’Allah (in arabo)!".