Crema, 3 ottobre 2014 - Adesso il sindaco Stefania Bonaldi passa ai fatti. Per denunciare. Il clima sulla moschea da costruire o meno si sta facendo infuocato. Il primo cittadino affida a Facebook le sue esternazioni e, come logico, in molti rispondono. Anche e soprattutto chi non la pensa come lei. E c’è chi è un po’ più educato e garbato e chi, invece, ci va giù pesante. Così il sindaco annuncia querele. La notizia di ieri è che domani e domenica il Pd va in piazza Duomo a spiegare ai cittadini perché bisogna lasciar fare la moschea, mossa di certo non gradita dagli oppositori che non mancheranno di far sentire il loro dissenso. E c’è da scommettere che qualcuno questo dissenso lo dirà a voce alta. Molto alta. Parecchi i commenti da togliere la pelle che hanno mandato in bestia il primo cittadino, commenti apparsi su Facebook e tolti in brevissimo tempo.

Tuttavia, non è bastato oscurare insulti e commenti pesanti, perché la Bonaldi è passata alle vie di fatto, pubblicando i suoi peana e annunciando querele. «Oggi ho avuto modo di leggere su Facebook insulti, ingiurie e minacce rivolte alla mia persona, in relazione all’iter di variante urbanistica in corso per potere garantire la realizzazione di un luogo di preghiera della comunità islamica, da vent’anni presente sul nostro territorio. Luogo che verrà finanziato a complete spese della comunità musulmana. Non è la prima volta che succede, naturalmente, ma non era avvenuto prima con toni come quelli che mi sono stati mostrati questa mattina. Ritengo inaccettabili, come cittadina, come madre e come sindaco, le offese e le ingiurie rivolte a me e alla mia famiglia.

Pertanto comunico che procederò ad avviare formale denuncia perché si proceda a valutare se sussistono, come ho motivo di credere, profili penalmente rilevanti, al fine di tutelare la mia onorabilità e quella della carica che ricopro». Sindaco arrabbiato, sinistra pronta alla guerra sul luogo di preghiera con la discesa in piazza, centrodestra che apre uno spiraglio. Simone Beretta (Fi) e Antonio Agazzi (Servire il cittadino), hanno una convergenza. «Non vogliamo negare un luogo di preghiera ai musulmani ma siamo convinti che questo luogo non debba essere di loro proprietà. Noi vorremmo che trovino un posto adeguato ma in affitto. Perché così sarebbe più facile controllare, le forze dell’ordine potrebbero avere libero accesso, non si terrebbero attività diverse dalla preghiera (come le scuole d’arabo, ndr) e se sgarrano, secondo un contratto stipulato all’atto della firma, sarebbero obbligati ad andarsene in tempi brevi. In questo modo e con queste modalità penso che un accordo possa essere trovato a breve». E, forse inaspettatamente, il presidente della comunità islamica Bouzaiane Dhaouadi dice: «Prendere un posto in affitto anziché comprarlo? Tutto dipende dall’entità dell’affitto e dalla durata del contratto». Forse le distanze non sono così siderali.