Pierluigi Maccalli
Pierluigi Maccalli

Madignano (Cremona), 24 settembre 2018 - «Nessuna novità, purtroppo come previsto». Non aggiungono altro i parenti di padre Pierluigi Maccalli e anche i responsabili della Sma (Società missioni africane) dalla quale il religioso rapito lunedì sera dipende. Un silenzio previsto, ma pesante, che dà sempre più ragione a chi pensa a tempi lunghi per risolvere il caso. Chi lo ha portato via non ha fretta e la storia recente dei rapimenti in quelle zone parla di trattative durate mesi. Hanno il religioso, hanno preso i soldi che hanno trovato nella missione e sanno che per ottenerne altri devono alimentare l’attesa. Per ora non si sono fatti vivi. Unico contatto, forse, subito dopo il rapimento, quando avrebbero comunicato che il padre è vivo.

La zona dove sorge la missione di Bomoanga, sede di don Pierluigi, è ai confini con il deserto e questo richiede ai rapitori di riparare in zone abitate, dove possano contare su complicità e aiuto. Intanto la polizia locale analizza le fasi del rapimento. I banditi sono arrivati in otto a bordo di moto. Il cancello della missione è sempre aperto perché Pierluigi, come ha raccontato padre John Dass, il missionario indiano che è riuscito a sfuggire ai rapitori, non vuole chiuderlo a chiave perché lì arriva sempre qualcuno che ha urgente bisogno di medicine. Padre John abita nella casa vicina a quella di Pierluigi e ha sentito tutto. Ha riferito che i banditi non hanno sfondato la porta, ma hanno bussato e l’uscio è stato loro aperto senza problemi. Poi qualche grido. I rapitori sono entrati in casa e hanno costretto padre Pierluigi a seguirlo. Probabilmente hanno preso i soldi. Di certo hanno recuperato computer e cellulare. Sono stati sentiti degli spari in due occasioni: quando i banditi hanno preso il sacerdote cremasco e poco più tardi.

Dopo aver portato via il missionario, i malviventi sono andati verso la casa dove vivono le suore, a 300 metri di distanza. Non hanno fatto loro nulla, non hanno cercato di prenderle. Le hanno intimidite, sparando alcuni colpi in aria, entrando in casa e razziando quel che c’era. Infine se ne sono andati con l’unico ostaggio. La testimonianza di una delle consorelle è giudicata importante, perché lei ha sentito i banditi parlare tra loro e utilizzare un particolare dialetto, il peul, lingua usata abitualmente solo dai pastori fulani. Una popolazione nomade che ha fama di essere sanguinaria, ma anche sempre a caccia di soldi. Sarebbero rimasti intrappolati in Niger, quando le frontiere con il vicino Mali sono state chiuse. Per tornare a casa hanno bisogno di denaro: da qui, forse, l’idea di rapire un missionario appena tornato dall’Italia e, quindi, con molti fondi a disposizione.