Giovanni con la moglie e i figli
Giovanni con la moglie e i figli

Cremona, 8 luglio 2020 - Il Covid che gli strappa il padre e colpisce lui e il fratello. A casa la moglie che attende il secondo figlio e una bambina di sette anni. Il trasferimento, nel buio della coscienza, dall’ospedale di Cremona, saturato dalla drammatica emergenza, a Trieste. Il risveglio dopo una settimana in quello che sembra un mondo sconosciuto. La difficile risalita. La guarigione. Il ritorno a casa. La nascita del secondo figlio. Per Giovanni Zigliani, quarant’anni compiuti il 12 giugno, di Cremona, magazziniere in un concessionaria di caffè, è stato come vivere una seconda vita, una vita parallela.

Come è iniziata?
"Il primo marzo mio padre è stato ricoverato per dei mancamenti all’ospedale Oglio Po di Casalmaggiore perché all’ospedale Maggiore Cremona non c’era più posto. Non aveva febbre. E’ in quel momento che è salita da 36 a 39. La Tac ha rivelato che era Covid-19. Mi sono messo subito in isolamento, senza sintomi. Il 5 marzo è morto mio padre. Lo stesso giorno ho avuto febbre a 37,5. Ho chiamato il numero verde e il mio medico di famiglia. E sono rimasto a casa. La febbre è arrivata a 39,6. Il 9 marzo mio fratello Maurizio è stato ricoverato. E’ rimasto a Cremona fino al 14, poi è stato trasferito a Varese. Ho poi saputo che si era risvegliato dopo un mese. La notte del 10 ho avuto le convulsioni. Mia moglie ha chiamato l’ambulanza. Tac. Polmonite bilaterale da Covid".

Nei giorni dopo?
"Alla 1.30 dell’11 marzo mi hanno ricoverato in un reparto Covid. Ci sono rimasto fino al giorno 14 quando sono peggiorato e mi hanno messo in terapia intensiva. Mi hanno addormentato. L’ultimo ricordo è di quando mi dicevano che non c’era posto e non sarei rimasto a Cremona. Speravo che mi mandassero a Varese vicino a mio fratello. Ho saputo in seguito che Maurizio si era risvegliato dopo un mese".

Il risveglio.
"E’ stato un settimana dopo, a Trieste, all’ospedale universitario di Cattinara. Avevo un tubo in gola gola che mi faceva un male terribile, l’ho tenuto per quattro giorni. Tanto male anche al petto. Avevo tubi e cannule dovunque. Non sapevo dov’ero. Facevo fatica a capire quello che cercavano di dirmi gli infermieri con gli scafandri bianchI. La prima cosa è stata: "Sta’ tranquillo. A casa tua stanno bene. Sei a Trieste. Se ci ascolterai, vedrai che andrà tutto bene". Mi sono affidato a loro. Medici e infermieri sono stati fantastici. Mi hanno coccolato".

Riusciva a comunicare con la famiglia?
"Laura, mia moglie, chiamava regolarmente per avere mie notizie. Era al settimo mese. Un giorno mi hanno fatto sentire la sua voce. Sentirla e non poterle parlare era una tortura, era straziante. Ho scelto di non sentirla fino a quando non sarei stato in grado di risponderle".

Quando ha saputo di essere guarito?
"Il 24 marzo il primo passo con il primo tampone negativo. Mi hanno estubato. E’ stata una festa. Ero il primo paziente di Trieste che usciva da Covid. Dopo la terapia intensiva avevo perso dodici chili. Ero senza forze. Gli infermieri Gaetano e Rosario mi hanno aiutato a riprendere a camminare. Miglioravo. Sono stato dimesso il primo aprile. E’ venuto a prendermi il mio carissimo amico Roberto. Si era ancora in emergenza, le ambulanze valevano oro. Con Roberto ci siamo abbracciati. Ho pianto. Ha pianto anche lui sotto gli occhiali da sole".

Il ritorno a casa.
"Sulla porta ci siamo guardati tutti e tre senza parlare. Giorgia sapeva che il papà era in ospedale. La nonna, che aveva perso il marito, le aveva dato l’ordine di rimproverare la mamma tutte le volte che la vedeva piangere. Siamo entrati e non ci staccavamo più. Il 23 maggio è nato mio figlio Gabriele".

Cosa racconterà ai suoi figli?
"Giorgia sa che il nonno è in cielo con la bisnonna e con il cane dei nonni. A Gabriele racconterò che il nonno è stato il primo a vederlo da lassù. Ai miei figli dirò che è successa una cosa che ha portato via il nonno e fatto ammalare il papà e lo zio. Che è stato un periodo molto difficile, che c’è stata una strage, che i dottori e gli infermieri hanno lottato per noi, che eravamo le vittime. Che tanti sono morti, che qualcuno non se n’è reso conto, ma che alla fine ce l’abbiamo fatta. Vorrei insegnare il valore della famiglia. In ospedale mi sono aggrappato al pensiero. Si dice che per la famiglia si può morire. Non è così. Per la famiglia bisogna vivere, combattere. Morire è troppo facile".