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Foto d'inchiesta: così Magnum raccontò il mondo

Al Museo del Violino di Cremona la mostra "Life Magnum – Il fotogiornalismo che ha fatto la storia"

di GIAN MARCO WALCH
Ultimo aggiornamento il 4 marzo 2017 alle 07:07
Il genio di Salvator Dalì in una foto del 1948 scattata da Halsman (foto Magnum)

Cremona, 4 marzo 2017- Betty Grable che esibisce le sue splendide lunghe gambe e il giovane combattente Jim Downing che, a 103 ani, si sarebbe ritrovato il più anziano veterano di Pearl Harbour. Agenti di polizia in divisa antiguerriglia, fucili e maschere antigas, pronti a fronteggiare i manifestanti del Partito Democratico alla convention presidenziale di Chicago del 1968 e – per restare in tempi caldi… - ragazzini newyorkesi di colore che nel 1953 mettevano mano agli idranti cittadini per combattere un’ondata di afa. Raccontò per settant’anni la Storia e le storie del mondo la mitica “Life”, la rivista che Henry Luce trasformò nel 1936 da periodico umoristico a bibbia del fotogiornalismo: settimanale sino al 1972, irregolare per sei anni, mensile dal 1978 al 2000, infine supplemento ancora settimanale dal 2004 al 2007, quando il magazine dovette definitivamente arrendersi al trionfo dell’immagine televisiva.

Perfettamente incastrata fra l’appuntamento di Torino, a Camera, Centro Italiano per la Fotografia, e quello di Brescia, al Museo di Santa Giulia, si apre oggi a Cremona, al Museo del Violino, “Life Magnum – Il fotogiornalismo che ha fatto la storia”, l’emozionante mostra che per la prima volta analizza il rapporto fra la celebre rivista made in Usa e l’agenzia fotografica cui ogni professionista dell’obiettivo vorrebbe appartenere. In particolare attraverso i reportage realizzati dai membri di quel supergruppo, che fecero balzare la tiratura del giornale sino a cinque milioni di copie. E contribuirono a creare negli States, e a esportare nel mondo, un’identità e una cultura nazionale. E non solo: “Questa mostra – commenta il curatore Marco Minuz – conduce a riflettere sulla fotografia e sulle sue implicazioni, sul rapporto con la carta stampata, sulle trasformazioni tecnologiche avvenute nel modo della comunicazione e sugli effetti sulla nostra coscienza civile”.

La mostra si struttura come un viaggio all’interno di nove reportage. Si parte con i lavori di Philippe Halsman: decine di copertine, i ritratti di Marilyn Monroe, Salvador Dalì, Mohamed Ali. Di Werner Bischof gli scatti drammatici e sensibili nel Bihar indiano vittima della carestia, poi in Corea. Altri ritratti rivelatori, entrati nella leggenda della fotografia, quelli firmati da Dennis Stock sui passi di un introverso James Dean. Come leggendari sono gli scatti di Bruno Barbey in Vietnam, di Henri Cartier-Bresson in Unione Sovietica e soprattutto di Robert Capa, testimone sempre in prima linea. Sino alla morte sul campo.

Cremona, Museo del Violino, piazza Marconi 5. Fino all’11 giugno. Catalogo Silvana. Info: 0372.801801.

 

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