Il baco da seta, risorsa senza tempo

Como, 2 febbraio 2018 - Chi l'avrebbe mai detto che un secolo dopo la sparizione delle filande, che hanno popolato il paesaggio del Lario fino alla metà del ‘900, si sarebbe ancora una volta sentito parlare di bachicoltura e della necessità di ripiantare i gelsi? Strano ma vero, la proposta, tutt’altro che peregrina, è emersa nel corso di un serissimo convegno organizzato al Museo della Seta sulle prospettive del futuro prossimo. Il momento, va detto, non è dei migliori, i prezzi alla produzione continuano ad aumentare per colpa della materia prima che oggi viene quasi completamente prodotta in Cina. La novità è che i cinesi si sono stancati di produrre e basta il prezioso filato, adesso amano indossarlo e lo vogliono di qualità sempre migliore. Così si è arrivati al paradosso che la seta viene pagata quasi di più in patria che nel ricco Occidente che sembra essersi disamorato di questo tessuto un tempo considerato uno status symbol.

"Il nostro comparto rappresenta lo 0,2% del tessile nel mondo – spiega Francesco Ongetta - Ogni giorno ci sono problemi a risolvere, nel mondo tessile comasco abbiamo tutta l’operatività dal filo al prodotto finito. Ci manca solo la gessicoltura. Siamo riusciti ad abbinare la creatività alle nuove tecnologie. La popolazione cinese oggi utilizza i prodotti serici, per un maggior potere economico e per il gusto di vestire prodotti in seta in Asia c’è proprio la richiesta del prodotto in seta. Questo parte dalla loro tradizione, loro hanno sempre prodotto ma non potevano acquistare, si dovrebbe rilanciare l’immagine della nostra fibra".

Per fare un chilo di seta ci vogliono da cinque ai sette chili di bachi e già oggi il prezzo del filato grezzo si aggira sugli 80 dollari al chilo, con le richieste dei contadini cinesi che si fanno ogni giorno più ingenti. "Oggi andiamo a definire un rapporto per cui dagli allevatori di pecore in Australia ai contadini in Cina il costo del lavoro va riconosciuto, in Cina il costo del lavoro in dieci anni è decuplicato", spiega Sergio Tamborini, amministratore di Ratti e del gruppo Marzotto. Il rischio è che finite le scorse approvvigionarsi di seta diventerà sempre più difficile e costoso, a meno che l’Occidente non torni a prodursi in proprio la seta come ha fatto per secoli.

Prima di tornare a vedere i gelsi ricoprire le colline di Veneto e Lombardia ci vorrà ancora tempo, questo tipo di coltivazione infatti ha tempi realizzo molto lunghi, addirittura ventennali. Per gli esperti la nuova via della seta potrebbe passare dalla Tunisia, dove le condizioni climatiche particolarmente favorevoli.