Guido Monzino
Guido Monzino

Tremezzina (Como), 3 febbraio 2018 - "È il conte Monzino che ci ha mandato una giornata così, a lui sarebbe di sicuro piaciuta". Don Italo Mazzoni non ha dubbi, dietro l’abbondante nevicata che ieri mattina ha trasformato le rive della Tremezzina in un paesaggio metafisico non ci poteva essere che lo zampino del nobile-esploratore che in pieno ‘900 finanziò e compì alcune imprese che sono entrate nella leggenda. Ventuno spedizioni che hanno abbracciato tutti i continenti dalla spedizione in Africa Occidentale nel 1955 all’attraversata in slitta da Capo Columbia al Polo Nord nel 1971 fino alla spedizione sull’Everest nel 1973, la prima che portò gli italiani sul tetto del mondo. A seguirlo le fide guide del Cervino con le quali il conte fece amicizia negli anni ’50, quando per la prima volta affrontò quella che era considerata la montagna più tecnica delle Alpi.

«Ho conosciuto il conte Guido quando si presentò in valle per scalare il Cervino, come guida si era scelto Achille Compagnoni, ma nell’ascensione conobbe mio padre, Pierino Pession e Jean Bich – ricorda Rinaldo Carrel, che insieme a Mirko Minuzzo, Virginio Epis, Claudio Benedetti e il carabiniere Fabrizio Innamorati nel 1973 conquistò la vetta dell’Everest – Tra di loro nacque una profonda amicizia e quando, negli anni successivi, il conte Monzino iniziò a pianificare le sue imprese per compagni di avventura scelse proprio quelle guide che lui considerava le più brave al mondo. Per me era una figura familiare, tante volte lo abbiamo avuto ospite a casa nostra quando preparava le sue imprese e per me è stato naturale accompagnarlo quando mio padre non se l’è più sentita. Non posso che ricordarlo come una persona straordinaria, probabilmente l’ultimo grande esploratore che l’Italia ha avuto dopo il Duca degli Abruzzi». Una vita che sembra un romanzo quella di Guido Monzino, figlio del fondatore della Standa di cui fu direttore generale fino al 1966, l’anno in cui decise di venderla alla Montedison per dedicarsi a tempo pieno alle sue esplorazioni.

«Chi l’ha conosciuto non lo può dimenticare – ricorda Maurizio Aglione, per anni il suo segretario personale – Non amava apparire e forse per questo oggi è stato in parte dimenticato, anche se le sue conquiste rimangono tuttora indimenticabili». Ventuno imprese, anzi ventidue visto che l’ultima perla nella collezione del conte Monzino è Villa del Balbianello, a lungo desiderata e finalmente acquistata nel 1974, trasformata nello scrigno destinato a tramandare ai posteri il suo mito. Ieri mattina, nel giorno in cui avrebbe festeggiato i suoi 90 anni, al conte morto nel 1988 è stata intitolata la via che porta a Villa del Balbianello, nel frattempo diventata una delle perle del Fai. A tagliare il nastro il sindaco Mauro Guerra e la nipote del conte, Orsina Baroldi. «Chi era lo zio? Un burbero dal cuore d’oro, che odiava farsi chiamare zio, per tutti noi era Guido e tra i miei ricordi più belli c’è lui alla guida di una Ferrari lanciata a 250 chilometri all’ora che si sporge per pulire il parabrezza. Guido Monzino era anche questo, con lui non ci si annoiava mai».